Gli archivi della Biennale “trovano casa” all’Arsenale di Venezia

La Biennale di Venezia inaugura il nuovo Archivio Storico delle Arti Contemporanee (ASAC) all’Arsenale, trasformando un progetto di restauro in una riflessione sul ruolo della memoria nell’arte contemporanea.

C’è qualcosa di singolarmente appropriato nel fatto che La Biennale di Venezia abbia scelto di fare della presentazione del proprio archivio l’ultimo grande atto inaugurale di un’edizione della Mostra d’Arte così eccezionalmente esposta mediaticamente e politicamente. 

Dopo mesi in cui La Biennale è stata attraversata da polemiche geopolitiche, boicottaggi, dichiarazioni, prese di posizione e conflitti diplomatici più o meno espliciti, l’apertura dei restaurati Magazzini del Ferro e delle Officine all’Arsenale Sud introduce improvvisamente una domanda molto più concreta e forse persino più destabilizzante: che cosa resterà materialmente di tutto questo? 

COSA RESTERÀ DELLA BIENNALE ARTE 2026 (E NON SOLO)?

Non semplicemente quali opere verranno ricordate, ma quali documenti entreranno nell’archivio. Quali tracce. Quali prove. Quali frammenti fisici di discussioni che, fino a quando non vengono archiviate, catalogate, conservate, rischiano di rimanere soltanto rumore mediatico o opinione volatile. In questo senso il nuovo ASAC – che a quanto pare per statuto dovrebbe formalmente continuare a chiamarsi Archivio Storico delle Arti Contemporanee, pur essendo proposto ormai come ambizioso Centro Internazionale della Ricerca sulle Arti Contemporanee all’Arsenale –  appare quasi come il luogo in cui il contemporaneo tenta disperatamente di darsi consistenza storica. Il momento in cui l’istituzione affronta in tutta la sua rilevanza il problema della propria materialità.

Wang Shu-Lu Wenyu, "AMATEUR ARCHITECTURE STUDIO" , Archivio Storico dell’Arsenale, 2026, Ph. Jacopo Salvi, Courtesy La Biennale di Venezia

ASAC: DA ARCHIVIO STORICO A CENTRO INTERNAZIONALE DI RICERCA

Il progetto di recupero e rifunzionalizzazione di Arsenale Officine (quasi un ettaro di superficie) e dei Magazzini del Ferro non consiste infatti soltanto in un’operazione di restauro conservativo. È, più profondamente, un tentativo di ridefinire il ruolo stesso della Biennale come infrastruttura artistica permanente. Un‘operazione di “politica industriale” l’ha definita il nuovo sindaco della città, Simone Venturini, che ha titolo di parlare in quanto copre il ruolo istituzionale di vicepresidente. Reshoring l’ha definita Venturini, ovvero l’operazione di riportare funzioni produttive in un sito produttivo dismesso, evocando in questo atto perfino la vicenda e il significato del petrolchimico visto che qui le persone non faranno piu estrazione, ma raffinazione, di saperi…‘na Marghera “più sana”.

IL RITORNO DELL’ARCHIVIO IN CENTRO STORICO E IL TEMA DEGLI STUDIOSI

Per comprendere il peso simbolico di questo trasferimento bisogna ricordare che dal 2008 l’ASAC si trovava negli spazi del Parco Scientifico Tecnologico VEGA di Porto Marghera: una scelta figlia di quella lunga stagione amministrativa veneziana che puntava a “valorizzare” le aree di terraferma lungo i nuovi assi della mobilità, svuotando progressivamente la città storica delle proprie funzioni operative. Uffici, produzioni televisive, sedi amministrative, attività direzionali: tutto sembrava dover abbandonare la laguna per star “tra” Venezia e Mestre nell’idea di quelle che si volevano amministrazioni virtuose. 

Oggi, paradossalmente, il problema sembra essersi rovesciato. Riportare l’Archivio dentro l’Arsenale significa certamente restituire centralità simbolica alla città antica, ma apre immediatamente una questione assai meno celebrativa: dove vivranno le studiose, i ricercatori, gli archivisti internazionali che verranno a lavorare sui fondi dell’ASAC? Venezia può ancora sostenere una comunità stabile della ricerca oppure riesce ormai soltanto a ospitare flussi temporanei di turismo culturale altamente qualificato?

Wayne McGregor, "Body as Archive", Archivio Storico dell’Arsenale, 2026, Ph. Jacopo Salvi, courtesy La Biennale di Venezia

UNA GEOGRAFIA FRAMMENTATA DELLA CONOSCENZA, UNA NUOVA IDEA DI BIENNALE

Anche perché l’operazione resta aperta. La biblioteca continuerà infatti a rimanere ai Giardini, separata fisicamente dall’archivio documentale. Consultare libri e consultare documenti resteranno dunque attività distinte, quasi appartenenti a due geografie diverse della conoscenza. Una scissione apparentemente tecnica ma in realtà molto veneziana: frammentare le funzioni, distribuire i luoghi, trasformare ogni attraversamento in una deriva situazionista, aiuta forse a ricordare che essa fu qui inventata e proposta per la prima volta.

Nel loro aspetto i restauri dei luoghi si propongono come apparentemente neutri. Le scaffalature compattabili, i box climatici, i laboratori di conservazione e inventariazione sono aggiunte che si propongono come protagonisti di una macchina pensata per garantire la sopravvivenza materiale dei documenti. Nell’insieme intervento silenzioso, che rinuncia a proporre soluzioni vistose, per costruire condizioni operative, ma nel quale appare comunque la scritta “V NCERE” in bella vista!

AMMINISTRARE LA MEMORIA, ARCHIVIARE LE POLEMICHE?

Proprio questa apparente finta neutralità lascia emergere il nodo più interessante. Perché ciò che viene inaugurato non è semplicemente un archivio, ma una diversa idea di Biennale. Per oltre un secolo la Biennale è stata soprattutto una macchina espositiva: produceva eventi, padiglioni, scandali, estetiche, diplomazie culturali (evocati anche nella divertente pièce di Defoe, interpretata dai dipendenti dell’istituzione). Oggi sembra invece voler diventare una piattaforma epistemica permanente, un organismo che non si limita più a mostrare il contemporaneo ma pretende di amministrarne la memoria, organizzarne le tracce, certificare cosa meriti di entrare nella storia.

Maria Magdalena Campos-Pons e Kamaal Malak, "WATERMARKS", Archivio Storico dell’Arsenale, 2026, Ph. Jacopo Salvi, Courtesy La Biennale di Venezia

Ed è qui che la questione archivistica smette di essere neutrale. Quale sarà il lascito materiale di questa Biennale segnata dalle tensioni geopolitiche? Verranno conservati soltanto cataloghi, rendering, fotografie ufficiali e comunicati stampa, oppure anche le contestazioni, le lettere aperte, le performance effimere, le discussioni digitali, i conflitti simbolici che hanno attraversato questa edizione? Come si archivia una polemica? Come si conserva la materialità di un dibattito nato online ma capace di modificare concretamente la ricezione delle opere?

IL POTERE DELL’ARCHIVIO NEL SISTEMA DELL’ARTE

In fondo ogni archivio produce inevitabilmente un potere: decide cosa sopravvive e cosa scompare. E forse il vero significato di questa inaugurazione sta proprio qui. Non tanto nel recupero degli edifici industriali paralleli alle Corderie, quanto nel tentativo della Biennale di trasformarsi definitivamente da luogo dell’esposizione a luogo della legittimazione storica del contemporaneo.

Che poi Venezia riesca ancora a sostenere questa ambizione senza ridursi a gigantesco scenario d’arti per visitatori temporanei resta una questione aperta. Ma forse è proprio questo l’interrogativo più cruciale di tutti: costruire un centro internazionale di ricerca sulle arti contemporanee occidentale in una città dove, ogni anno di più, diventa difficile perfino soggiornare a prezzi modici, e senza incidere nell’espulsione ulteriore di abitanti. 

 

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Roberto Zancan
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