Il senso della Biennale mentre il mondo brucia

La Biennale di Venezia ha ancora senso in un mondo sempre più segnato da conflitti, disparità sociali, pensieri antropocentrici e dinamiche capitalistiche? A venirci incontro, nella risoluzione di questo enigma, è un paradosso insito nell’ultima edizione della manifestazione artistica più famosa di sempre.

La prima volta che in vita mia ho messo piede alla Biennale di Venezia è stata nel 2001, quando io non ero altro che un adolescente estasiato dall’arte contemporanea, e Harald Szeemann era il curatore di un’edizione (la 49ª) intitolata Platea dell’Umanità. All’epoca non avevo ancora idea né di cosa significasse curare una mostra né tantomeno di chi-cosa fossero Szeemann e la Biennale stessa, tuttavia rimasi così colpito da quello che avevo visto, sentito, e toccato, che decisi di non perdermi neanche uno dei futuri ritorni di quella cosa meravigliosa di cui avevo fatto esperienza. E così è stato. Memore dello stupore provato dinanzi a opere di artisti quali Ron Mueck, Priscilla Monge e Cy Twombly, nel corso degli anni ho dunque continuato a visitarla: talvolta da spettatore, altre da studente/abitante dell’isola, e altre ancora da impiegato/addetto ai lavori. 

DALL’ENTUSIASMO ALLA DISILLUSIONE PER UN’ OPERAZIONE INSOSTENIBILE E ANACRONISTICA 

Andando avanti con l’età, e soprattutto con gli studi, ho iniziato però ad acquisire gli strumenti necessari per guardare la Biennale con occhi diversi, sempre più disincantati. Piano piano mi stavo accorgendo che ciò a cui volevo assistere ogni due anni non era altro in realtà che uno spettacolo per pochi, concepito da un sistema ristretto per il compiacimento di un’élite ben precisa. Gradualmente, tutte quelle opere fantastiche che in passato mi avevano praticamente cambiato la vita cominciavano ad apparirmi come nient’altro che degli ingombranti giocattoli prodotti per soddisfare i capricci vari di adulti facoltosi.   

Nella mia testa, l’interesse verso le elucubrazioni scaturite dai progetti esposti lasciava sempre più spazio a pensieri legati al costo dei trasporti, degli allestimenti, degli spostamenti oltreoceano, degli alloggi, delle feste, degli ormeggi per yacht lussuosi, e così via. Si badi bene che il sostantivo “costo” non è da intendere solo in termini economici, ma soprattutto in quelli della sostenibilità, locale nonché globale. Da dopo il Covid, l’idea che la macchina della Biennale di Venezia – Architettura inclusa – fosse diventata qualcosa di insostenibile e anacronistico era ormai per me un dato di fatto. In un’epoca così satura di tutto (fra pandemie, genocidi, sfruttamenti di ogni tipo verso qualunque creatura vivente, e chi più ne ha più ne metta) che impatto reale possono avere simili operazioni? Qual è il senso di tutto questo dispendio di risorse se non quello di alimentare ancora di più speculazioni varie che affermano un antropocentrismo duro a morire? 

Biennale Arte 2026, In Minor Keys, visitatori fuori dal Padiglione Isrlaeliano, Giardini dell’Arsenale, Venezia, Ph. Valerio Veneruso

BIENNALE ARTE 2026: QUANDO LA CRISI DIVENTA IL VERO SOGGETTO DELLA MOSTRA

Maggio 2026: aggirandomi fra i Padiglioni dei Giardini, durante i giorni della preview, mi sono accorto che questa volta un nuovo senso lo si poteva trovare nella chiara volontà – dai piani alti –

di infondere nello spettatore una sorta di “mea culpa” finalizzato alla pretesa di un definitivo riscatto sociale del popolo afroamericano e di minoranze varie. Seguendo le orme di un percorso dedicato esplicitamente all’inclusività, cominciato idealmente già nel 2022 con Cecilia Alemani, la mostra al Padiglione Centrale non fa altro che ruotare principalmente attorno a concetti e questioni quali la white supremacy e il colonialismo, svelando al contempo una certa soddisfazione da parte dei numerosi privilegiati non bianchi accorsi per l’occasione.
Queste sono state le mie prime impressioni, almeno fino a quando non ho intercettato degli attivisti del gruppo ANGA (Art Not Genocide Alliance) che mi hanno fatto rendere conto che c’era qualcos’altro attorno, qualcosa di molto più reale e tangibile al di fuori di quella bolla collettiva. 

Nel frattempo stava infatti avvenendo di tutto: prese di posizioni sia da alcuni Padiglioni sia dalla Giuria (dimessasi in blocco in un gesto al limite tra la provocazione e la retorica democratica), azioni pacifiche contro l’attuale processo di artwashing e scontri con la polizia per impedire la presenza di Israele all’interno della kermesse. Tutto questo stava in qualche modo facendo cadere un velo di Maya che impediva la visione complessiva di qualcosa di molto più genuino e concreto: lo Zeitgeist attuale.

ATTIVISMO, PROTESTE E TENSIONI POLITICHE AI GIARDINI E ALL’ARSENALE

Mai come questa volta, cioè neppure durante le storiche proteste dell’edizione del 1968, le opere all’interno della Biennale passano in secondo piano poiché schiacciate dal peso dello spirito del nostro tempo che evidenzia crepe profonde non solo all’interno del sistema dell’arte ma soprattutto nell’intero contesto sociopolitico. L’impeto prepotente delle ultime vicende mondiali sfonda le porte di Giardini e Arsenale facendo leva su di una debolezza istituzionale intrinseca (si ricorda infatti che In Minor Keys è nata orfana della sua curatrice Koyo Kouoh, prematuramente scomparsa un anno fa) che si manifesta a spot. 

Preso atto di tutte queste premesse, si giunge così al punto che il senso dell’ennesima Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia sta tutto nelle sue stesse criticità. Paradossalmente, continuare a organizzare oggi una manifestazione di tale portata ha senso solo se riesce a svelare il suo stesso fallimento. È qui allora che una macchina del genere funge realmente da cassa di risonanza per l’amplificazione dello sfrigolio delle fiamme che stanno ardendo il Pianeta.

Oltre al piacere personale di fruire di progetti e lavori obiettivamente più che validi (da Florentina Holzinger al Padiglione austriaco, passando per Sandra Knecht e Alfredo Jaar, giusto per citarne alcuni), vedere oggi la Biennale può avere senso per visualizzare materialmente quel distacco tangibile tra un certo tipo di narrazioni e quello che accade realmente nel mondo: accorgersi cioè che la crisi è vera e che fagocita ogni cosa, sistema dell’arte incluso.
Ed è così, soltanto in queste condizioni, solo nel momento in cui ci si scontra con la fine di tutto, che la Biennale acquista un senso, quando cioè diviene realmente platea dell’umanità.

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Valerio Veneruso
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