Con Dash, il grande progetto multimediale site-specific ospitato alla Fondazione Prada, l’artista cinese esplora la tecno-globalizzazione agricola. Fino al 28 settembre 2026.
Dash segna una svolta radicale nella ricerca ultraventennale di Cao Fei, spostando l’indagine dagli spazi logistici industriali alla terra come fondamento della civiltà. Il titolo della mostra – allestita alla Fondazione Prada a Milano fino al prossimo 28 settembre – richiama la videocamera montata sui droni, strumento-simbolo di un’agricoltura ormai algoritmica. Attraverso un corpus di opere che unisce videoinstallazioni, realtà virtuale e archivi storici, l’artista restituisce l’esito di uno studio triennale sulle campagne automatizzate della Cina e del Sud-Est asiatico, dove l’agricoltura intelligente sta ridefinendo l’ecologia globale.
CAO FEI: L’ARTISTA E IL SUO SGUARDO
Nata a Guangzhou nel 1978 – lo stesso anno in cui la Cina inaugurava la politica di riforma e apertura verso il mondo – Cao Fei vive oggi a Pechino ed è una delle artiste cinesi più riconosciute a livello internazionale.
La sua ricerca si muove costantemente lungo una soglia instabile, dove passato e presente convivono e si contaminano: progresso tecnologico, espansione urbana e nuove forme di vita digitale si intrecciano con tradizioni, memorie e strutture culturali profonde, generando tensioni, discontinuità e mutamenti radicali.
Abituata a costruire ambienti totalizzanti – veri e propri universi paralleli da attraversare fisicamente e mentalmente, spesso tramite strumenti di realtà virtuale – l’artista occupa da anni un ruolo centrale nel panorama asiatico per la sua capacità di indagare le trasformazioni digitali e sociali della contemporaneità.
UN’ARCHEOLOGIA DEL TECNO-CAPITALISMO
Dash non è un idillio pastorale high-tech. Lo sguardo di Cao Fei si configura piuttosto come un’archeologia dell’ingegneria geologica contemporanea, capace di mettere in luce le contraddizioni del tecno-capitalismo tra crisi climatica e spopolamento rurale. Eppure l’algoritmo non cancella la memoria: i sistemi di posizionamento satellitare e i sensori che oggi presidiano i campi generano inattese risonanze visive con le geografie rituali e l’esperienza tradizionale. È in questo cortocircuito – tra controllo automatizzato e gesto ancestrale – che la mostra trova il proprio nucleo concettuale.
Nello spazio espositivo, droni dalle forme affilate e fluide evocano aratri futuristici, ma anche animali pronti alla carica, sospesi tra tecnologia e istinto primordiale. Attorno a loro si innalzano strutture simili a santuari, costruite con granai e sacchi di riso: luoghi rituali dedicati ai nuovi strumenti di controllo e monitoraggio dei campi, ormai subentrati alla presenza fisica dei contadini che un tempo abitavano il paesaggio agricolo con i loro gesti quotidiani. A completare lo scenario, grandi arazzi in cui i motivi decorativi della tradizione lasciano il posto a figure eccentriche e in movimento: corpi danzanti che indossano maschere di divinità tecnologiche e attraversano lo spazio in una processione ipnotica, quasi sciamanica, mettendo in relazione cielo e terra, natura e infrastruttura.
Due opere condensano in modo esemplare questa visione. Land Ceremony è un’installazione di medie dimensioni che rende omaggio al rituale rurale cinese in cui il riso viene modellato nella forma di un drago e offerto agli dèi e agli antenati per propiziare raccolti abbondanti.
The Birth è invece una tenda – simile a un piccolo tempio – realizzata con sacchi di fertilizzante: al suo interno, un video proiettato in loop, il serbatoio e le eliche di un drone e una serie di oggetti legati al raccolto compongono un altare ibrido, dove tecnologia agricola e culto agreste si sovrappongono senza risolversi.
UNA MEDITAZIONE COLLETTIVA, NON UNA DISTOPIA
Pur confrontandosi con le contraddizioni del presente, Dash non indulge in visioni apertamente pessimistiche. Si presenta piuttosto come una grande narrazione poetica, quasi una meditazione collettiva, capace di registrare in tempo reale le trasformazioni di una civiltà millenaria attraversata da processi di omologazione e accelerazione globale.
È qui che emerge la cifra più matura dell’opera di Cao Fei: mostrare come memoria e identità possano ancora sopravvivere – e forse rigenerarsi – dentro le forme mutevoli della contemporaneità.
LINK
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