La “Luccicanza” di Chiara Camoni

Tra le montagne biellesi dell’Oasi Zegna, l’artista costruisce un paesaggio abitabile in cui terre, fibre e ceramiche custodiscono il tempo lento delle relazioni e dei riti.

Tra le montagne biellesi, dove il paesaggio dell’Oasi Zegna conserva ancora una dimensione quasi sospesa, Chiara Camoni ha immaginato il suo nuovo progetto Luccicanza come un organismo vivo: una mostra che non occupa semplicemente uno spazio, ma lo assorbe, lo attraversa e lo restituisce trasformato. 

A Casa Zegna, fino al 22 novembre 2026, l’artista costruisce un paesaggio abitabile fatto di sculture, tessiture, ceramiche e presenze organiche, in cui la materia sembra trattenere tracce di tempo, gesti e relazioni. 

Terre, minerali, fibre vegetali e filati provenienti dall’Oasi stessa entrano nelle opere non come elementi decorativi, ma come residui sensibili di un territorio che diventa parte integrante della pratica artistica. Il risultato è un ambiente in cui il confine tra opera, paesaggio e gesto quotidiano si fa volutamente poroso.

Chiara Camoni, Tenda #05, parte del progetto Luccicanza, Casa Zegna, 2026, ph. Camilla Maria Santini

LA MEMORIA MATERIALE NELLE OPERE DI CHIARA CAMONI

La ricerca di Camoni prende forma come una memoria materiale: un dialogo silenzioso tra natura, artigianato e immaginazione, in cui ogni opera sembra affiorare da un lento processo di sedimentazione più che da un gesto individuale e definitivo. È una pratica che intreccia tempo, manualità e dimensione collettiva, lasciando emergere forme che conservano tracce di rituali quotidiani e trasformazioni condivise. 

Non è un caso che l’artista viva e lavori in un piccolo borgo delle Alpi Apuane: un paesaggio appartato e profondamente connesso ai ritmi della natura, che attraversa sottilmente tutta la sua produzione e ne alimenta l’immaginario organico e corale. La sua ricerca, da sempre attraversata da ritualità collettive, saperi femminili e processi di trasformazione lenta, trova nell’Oasi Zegna una dimensione particolarmente organica, quasi una cassa di risonanza ambientale. La pratica di Camoni attraversa da sempre linguaggi differenti– dal disegno alla stampa vegetale, dal video alla scultura– trovando nella ceramica uno dei mezzi espressivi più centrali e riconoscibili. 

È un fare lento, spesso condiviso con altre mani, in cui la forma non precede il processo ma ne è il deposito. In Luccicanza questa dimensione relazionale e stratificata trova un’ulteriore evoluzione: l’attenzione per la materia, per il fare comune e per la trasformazione poetica degli elementi quotidiani si traduce in un ambiente capace di oscillare tra intimità domestica e dimensione rituale. Le superfici ceramiche, i segni incisi, gli oggetti disposti come in un piccolo culto laico compongono un paesaggio interno in cui ogni elemento sembra conservare la memoria del gesto che lo ha generato.

Chiara Camoni, Venere, parte del progetto Luccicanza, Casa Zegna, 2026, ph. Camilla Maria Santini

IN RISONANZA CON IL PADIGLIONE ITALIA ALLA BIENNALE DI VENEZIA

In questo senso, Luccicanza si pone in naturale continuità con Con te con tutto, il progetto concepito da Camoni per il Padiglione Italia della 61ª Esposizione Internazionale d’Arte – Biennale di Venezia, a cura di Cecilia Canziani. Entrambi i percorsi condividono un’idea di opera come organismo aperto, costruito attraverso relazioni, gesti e stratificazioni di esperienze. Se nel Padiglione Italia questa tensione si espande in una riflessione ampia sul senso della comunità e del “fare insieme”, a Casa Zegna assume una dimensione più raccolta e intima, quasi domestica, dove la luce, le superfici e la materia custodiscono presenze e forme di appartenenza invisibili. 

La mostra biellese non è dunque un episodio separato, ma una risonanza ulteriore della stessa ricerca: un luogo in cui l’indagine di Camoni continua a interrogare il rapporto tra individuo e collettività, tra gesto artistico e costruzione condivisa del senso.

Chiara Camoni, Luccicanza, Casa Zegna, 2026, installation view, ph. Camilla Maria Santini

COSA SUCCEDE QUANDO LA LUCE DIVENTA PRESENZA?

In Luccicanza, infine, la luce diventa presenza sensibile e simbolica: un riflesso che attraversa le superfici ceramiche, i segni, gli oggetti e le tracce del lavoro collettivo, evocando una forma di memoria condivisa e di vitalità diffusa. 

È in questo bagliore intermittente– che dà il titolo alla mostra– che si concentra la cifra più matura del lavoro dell’artista: un’opera che non è mai soltanto forma compiuta, ma spazio di relazione, soglia tra interno ed esterno, esperienza che il visitatore è chiamato ad attraversare lentamente, come si attraversano un bosco o una stanza di casa. 

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Lucia Antista
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