Un’installazione in continua trasformazione che riflette sulla precarietà dell’abitare contemporaneo.
La nuova installazione di Davide Stucchi per Triennale di Milano nasce come un ambiente in trasformazione continua, una riflessione sulla precarietà dell’abitare contemporaneo e sul rapporto ambiguo tra interno ed esterno, scena e retroscena, oggetto e simulazione. Il progetto Temporary Rooms occupa fino al 4 ottobre uno spazio che il curatore Damiano Gullì descrive come una “project room”, un luogo dedicato al racconto di pratiche artistiche capaci di attraversare discipline differenti. In questo senso il lavoro di Stucchi appare particolarmente pertinente: la sua ricerca si muove infatti tra arte, design, moda e scenografia, intrecciando continuamente linguaggi e codici visivi.
UNA CASA DI QUATTRO STANZE IN COSTANTE E PRECARIA COSTRUZIONE
Come racconta il curatore, quest’ambiente ha ospitato artisti come Marcello Maloberti, Gianni Politi o Davide Allieri che condividono con Succhi una pratica fortemente legata alla dimensione installativa. Nel progetto di Davide Stucchi, questa sensibilità emerge attraverso un ambiente che ricorda insieme un set cinematografico, un backstage e un cantiere domestico. La mostra muterà infatti la sua natura ogni mese: gli elementi presenti evocano ora il “bagno”, poi l’Impluvium si trasformerà in una cucina, in un salotto e in una camera da letto. Ogni oggetto risulta tuttavia decontestualizzato e trasformato in una presenza ibrida, tra familiare e uncanny.
La mostra si sviluppa quindi come una sequenza di quattro configurazioni successive. Lo spazio cambierà completamente assetto, passando da una stanza all’altra della casa. Il primo episodio è dedicato al bagno, ma l’idea stessa di ambiente domestico viene sabotata: ciò che sembra concluso, in realtà, resta sempre in costruzione. Il cantiere diventa così la vera immagine portante del progetto, uno stato di sospensione che, invece di evocare possibilità e prospettiva, incarna una frustrazione, negando il consolidarsi di una destinazione finale. La precarietà diventa così metafora politica dell’abitare contemporaneo, delle difficoltà economiche e di un nomadismo forzato – tra furgoni e scatole da trasloco – che caratterizza oggi il rapporto con lo spazio domestico.
IL DIALOGO TRA L’INSTALLAZIONE E L’ARCHITETTURA DELLA TRIENNALE
L’installazione dialoga idealmente con l’architettura di Triennale. Gli elementi modulari – contenenti i futuri mobili delle stanze temporanee – che circondano l’ambiente principale costruiscono una sorta di skyline astratto, un paesaggio urbano attraversabile che mette in relazione la macro-architettura dell’edificio con una micro-architettura effimera. I moduli sono tutti rivestiti di un tessuto plastico nero che li omologa e nega la conoscenza del contenuto, rimandando a L’Enigma di Isidore Ducasse di Man Ray ma anche, in piccola scala, alle operazioni di land art urbana, gli imballaggi di nylon di Christo e al filone contemporaneo che omaggia queste operazioni iconiche – come l’intervento dell’11 maggio di JR che ha trasfigurato il Pont-Neuf parigino in una montagna innevata. Se l’installazione centrale di Temporary rooms allude a un cantiere urbano, gli elementi modulari neri sono i grattacieli della città che cresce (o “sale”, pensando a Umberto Boccioni).
Centrale è anche il rapporto con l’Impluvium, l’apertura verso il cielo che rafforza l’idea di porosità tra dentro e fuori. Le luci teatrali, molto dirette e concentrate, accentuano ulteriormente la sensazione di trovarsi all’interno di una scena.
GLI ARCHIVI DELLA TRIENNALE E L’INFLUENZA DELLA SCENOGRAFIA
Una parte importante della ricerca è nata lavorando sugli archivi di Triennale, consultando riviste di arredamento e interior design come Harper’s Bazaar Interiors e altre pubblicazioni dedicate alla messa in scena degli oggetti. Da qui deriva quell’ambiguità tipica dei set fotografici o cinematografici, nei quali ciò che appare perfettamente reale spesso perde la propria funzione. È un aspetto che Stucchi riconosce apertamente come centrale nella sua pratica.
“A volte, anche quando allestisco una scenografia, privo gli oggetti della loro funzione per metterli in scena meglio”, racconta l’artista. “Magari un frullatore deve essere posizionato sopra un tessuto molto morbido e allora elimino tutta la parte elettrica, lo de-funzionalizzo”. La logica della scenografia influenza profondamente il suo modo di lavorare: più che il singolo materiale o la qualità tattile dell’oggetto, ciò che gli interessa è il dialogo che si crea tra elementi diversi. Una doccia incontra un ascensore, una veneziana si accosta a una luce LED, dei guanti da lavoro diventano una superficie da toccare, delle scatole di scarpe si trasformano in una credenza. Gli oggetti sembrano instaurare relazioni reciproche, quasi antropomorfe.
LA PRECARIETÀ ABITATIVA COME METAFORA DEL CONTEMPORANEO
L’artista definisce l’installazione una vera e propria “città”. Attorno alla stanza si sviluppa infatti una struttura che ricorda uno skyline attraversabile, una sorta di paesaggio urbano ridotto in scala. “Se questo è un cantiere, allora può anche essere una città”, afferma Stucchi, evitando però qualsiasi lettura troppo didascalica o sociologica. Pur riconoscendo che il lavoro inevitabilmente si confronta con temi molto presenti nella Milano contemporanea – la trasformazione urbana, la precarietà abitativa, la difficoltà di sostenere un affitto – l’artista preferisce pensare all’opera come a uno spazio di domande più che di risposte.
OGGETTI DE-FUNZIONALIZZATI E RELAZIONI INASPETTATE
Il riferimento al cantiere ha anche una dimensione autobiografica. Il padre lavorava con le escavatrici e la fascinazione per questi ambienti deriva anche da ricordi personali. Allo stesso tempo il progetto si inserisce in una riflessione più ampia sull’estetica del bricolage, del montaggio temporaneo, dell’assemblaggio provvisorio. Le strutture modulari ricordano i pionieri del minimalismo, ma anche il rifiuto urbano, il design industriale e alcune sperimentazioni viste recentemente nella scena del design contemporaneo da collezione.
Molti elementi dell’installazione sono montati su ruote, dettaglio che rafforza ulteriormente l’idea di instabilità e mobilità. Oggetti associati alla sfera privata e intima vengono trattati come arredi da ufficio o componenti tecnici. “Sono sempre cementati questi oggetti”, osserva Stucchi. “Metterli su rotelle significa permettere loro di muoversi, di parlarsi, quasi di baciarsi”, come avviene per la tazza del gabinetto e il bidet.
Il progetto segna anche un passaggio importante nella sua pratica artistica. Se in passato le sue opere venivano generalmente presentate in spazi espositivi neutri e perfettamente allestiti, qui l’artista decide invece di mostrare apertamente il retro delle opere, i ganci, le strutture di sostegno, gli elementi normalmente nascosti. L’aura dell’opera viene deliberatamente smorzata a favore di una dimensione più processuale.
Questo approccio deriva direttamente anche dal suo lavoro come scenografo, attività che negli anni lo ha portato a collaborare soprattutto con il mondo della moda. Tra le esperienze più importanti cita le collaborazioni con Diesel e con Magliano, marchio fondato a Bologna e oggi attivo anche a Milano. Shooting fotografici, sfilate e campagne pubblicitarie hanno contribuito a formare il suo sguardo sulla costruzione dello spazio e sull’importanza di ciò che entra o esce dall’inquadratura.
TEMPORARY ROOMS E L’EVOLUZIONE DELLA RICERCA DI DAVIDE STUCCHI
Tra i momenti chiave del suo percorso recente, la mostra personale Light Lights al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, il progetto più importante realizzato finora per ampiezza e capacità di sintetizzare diverse linee della sua ricerca. Accanto a questa esperienza cita anche alcuni progetti espositivi sviluppati tra Italia, Austria e Francia, tra cui la mostra al Kunstverein di Graz e The Weight of the Concrete al Museion di Bolzano, mostra dedicata a Ezio Gribaudo in cui Stucchi ha messo in scena le opere dell’artista scomparso, e un intervento in uno spazio no-profit dentro una casa parigina che rifletteva, ancora una volta, sul confine tra privato e pubblico.
Oggi la sua ricerca continua a muoversi lungo quella linea sottile che separa l’opera d’arte dal dispositivo scenografico, il design dall’installazione, l’oggetto funzionale dalla pura finzione visiva. Ed è forse proprio in questa zona ambigua e instabile che il progetto per Triennale trova la sua forza più convincente.
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