Carmi.Co è il primo festival d’arte contemporanea che ha avuto il merito di attivare Carmignano e i borghi limitrofi, unendo le forze con eccellenze locali, come aziende, cantine e ville storiche ma anche realtà pratesi. Ecco com’è stato
È il primo festival in Toscana a portare l’arte contemporanea dentro aziende agricole, cantine e ville storiche, trasformando il territorio di Carmignano (Prato) e dei borghi limitrofi in un sistema diffuso di produzione e fruizione culturale. Si chiama Carmi.Co e nasce come progetto capace di mettere in rete realtà artistiche e produttive locali, dalle imprese vitivinicole alle istituzioni culturali, attivando nuove forme di collaborazione tra arte e paesaggio.
La rassegna si sviluppa attraverso residenze d’artista ospitate direttamente nelle aziende agricole del territorio, affiancate da open studio che permettono al pubblico di entrare in contatto con gli artisti residenti e con la scena locale, tra cui Leone Contini a Carmignano, Rachel Morellet a Limite sull’Arno e il duo Arianna Moroder + Maryangel Garcia a Prato. Le pratiche artistiche nascono così in stretto dialogo con i luoghi che le accolgono, trasformando spazi produttivi in laboratori creativi temporanei.
La restituzione al pubblico avviene attraverso mostre personali e collettive diffuse e un programma di visite guidate che coinvolge anche istituzioni e luoghi della cultura del territorio, come il Museo Soffici di Poggio a Caiano, la Villa Medicea, il Museo della Paglia, Villa Rospigliosi e Chorasis – Lo Spazio della Visione. Ne emerge un modello di festival che intreccia arte contemporanea, paesaggio e filiere locali, ridefinendo il rapporto tra produzione culturale e territorio.
LE MOSTRE A LA ROCCA DI CARMIGNANO E NELLE SEDI DIFFUSE
Le mostre sono state organizzate dal 15 al 24 maggio negli spazi de La Rocca di Carmignano, del Centro Didattico di Artimino, a Spazio Moretti (Alberto Moretti di Carmignano), alla Villa di Artimino e al Museo Archeologico dello stesso borgo, e al Museo delle Maioliche di Bacchereto.
Le cinque residenze hanno visto ciascuna un artista abbinato a una cantina con la realizzazione di un’opera site specific. Partendo dalla Tenuta Artimino, incontriamo l’opera di
Graziano Riccelli L’inafferrabile che riflette sul luogo in cui si insedia, sacro alla dea della caccia. Il titolo si riferisce alla cerva Ceryneia, creatura protetta da Artemide — da cui deriva il nome del borgo Artimino —, così veloce da non poter essere mai catturata. Consiste in più esemplari scultorei di daino realizzati a grandezza naturale con elementi organici reperiti in situ come ramoscelli. I palchi imponenti sono ricavati da rami di alloro. Le foglie cadranno con il vento e, seguendo gli eventi meteorologici, l’installazione si disintegrerà.
CENTRO DIDATTICO ARTIMINO: LABORATORI E OPERE CON LE SCUOLE
Al Centro didattico di Artimino sono esposti i lavori — frutto di laboratori con le scuole medie locali — di Rachel Morellet e Fargo, più un lavoro di Gola Hundun.
Se Morellet ha puntato su un laboratorio sulla forza dell’immaginazione in cui gli studenti hanno dato vita a creature ibride e chimere, silhouette eteree su foglia d’oro, Fargo è partito dal territorio e dal ritrovamento di un dente di squalo preistorico, una delle prove che hanno portato gli studiosi a dedurre che prima lì ci fosse l’oceano.
IL GRUMOLO: ARTE CONTEMPORANEA TRA ARCHEOLOGIA E NATURA
A pochi metri dalla Tenuta si trova Il Grumolo, il cui nucleo abitativo risale al 1100-1200. Ci accoglie la proprietaria Lavinia, storica dell’arte che ha deciso di ritagliarsi un posto felice a contatto con la bellezza della campagna, l’apicoltura e la produzione di prodotti agricoli. Qui è presente l’installazione di Gola Hundun.
Sotto una collina, ancora intatta e non aperta, è stata ritrovata una tomba etrusca del VIII secolo a.C.; alcuni archeologi hanno ipotizzato – essendo molto grande e isolata ma allo stesso tempo vicina all’antica acropoli dove sorgeva il tempio di Artemide – che possa essere la sepoltura di un’aruspice.
“Il tumulo è il mondo sotterraneo dell’aldilà. L’artista immagina la superficie terrestre come uno specchio; dall’altra parte c’è invece Vanth, divinità etrusca che accompagna nel passaggio dal mondo dei vivi a quello dei morti e che porta con sé una torcia, illuminando così la via. I rami di salice che spuntano dall’installazione creando una spirale rappresentano il suo movimento ascendente, il turbinio che porta verso il cielo” spiegano gli organizzatori. All’estremità superiore un nido in ceramica rappresenta sia la fiaccola che un rifugio pronto ad accogliere uccellini o insetti, veicolo per il possibile fiorire di una natura fertile. Le canne di bambù che delimitano la scultura corrispondono ai punti dove verranno piantati degli alberi di ciliegio.
IL MUSEO DELLE MAIOLICHE DI BACCHERETO: INSTALLAZIONI E VIDEO
La tappa successiva è al Museo delle maioliche di Bacchereto dove il progetto di Marco Ulivieri trasforma temporaneamente il percorso di visita. L’etrusco che corre, in particolare, gioca sull’inversione tra interno ed esterno, grazie all’applicazione di alcune fessure sulla superficie di un vaso in terracotta. Il vaso custodisce una piccola animazione in stop motion: è posizionato su una piattaforma rotante che può essere azionata manualmente dal fruitore; si riesce così a spiare una silhouette nera, il profilo di un uomo, nella sua corsa verso l’ignoto. L’opera Teca invece registra il momento in cui dei manufatti in terra cruda, immersi nell’acqua, si sciolgono lentamente. Il passaggio di stato termina quando il recipiente arriva a contenere solo una soluzione densa e grigia. L’intervento sonoro è la registrazione di un forno elettrico da ceramica. E ancora, in alcune teche museali, insieme ai frammenti di antichi piatti dipinti, una luce a intermittenza prima verde e poi blu illumina le fotografie di alcune mani: le dita robuste appartengono ai ceramisti di Montelupo Fiorentino, realtà artigianale che l’artista conosce intimamente.
IL MUSEO ARCHEOLOGICO DI ARTIMINO: CONTEMPORANEO E REPERTI ANTICHI
Profezia di Qiu Yi è ospitato in un’altra istituzione locale: il Museo Archeologico di Artimino. L’intervento gioca con la frattura culturale che si viene a creare tra reperti antichi e contemporaneità. L’artista cinese prende in prestito degli espositori e inserisce dei calchi di teste e piedi all’interno di materiali organici — una sorta di gelatina colorata — , frammenti di sculture dell’antica Roma che stanno già ammuffendo inesorabilmente. Si crea così una spiccata cesura con le opere etrusche vere e proprie, concepite per essere durature e rimanere ai posteri, spesso veicoli di un credo religioso o ritratti di famiglia che avevano lo scopo di far perdurare l’immagine dell’antenato.
Al piano sottostante la meraviglia per i minuti intarsi in avorio — una serie di placchette intagliate a bassorilievo restituite dalla tholos di Montefortini — è accostata alle opere d’arte contemporanea, forse un po’ deboli in questo caso: vasi in bucchero con interventi dorati che cercano di rievocare l’antica tecnica etrusca e dei volti femminili in cemento da cui si dipanano aste in metallo.
CANTINE CAPEZZANA E LE FURRE: INSTALLAZIONI IMMERSIVE E PAESAGGIO
Non lontano, la cantina Capezzana accoglie Vainglory di Max Magaldi. Si tratta di un progetto in cui emerge come gli smartphone e le piattaforme social incarnino ormai lo specchio di un culto quotidiano, quello che si focalizza sull’immagine egoriferita: “È come se accendessimo ogni giorno un cero al nostro stesso santino”, afferma l’artista prima di invitarci a scendere nella cripta dove è installata l’opera immersiva.
Un polittico o una costellazione piramidale di cellulari si aziona progressivamente, restituendoci una serie di contenuti ‘rubati’ da Tik Tok e Instagram. Si crea così una cacofonia di voci, suoni, rumori, una sovrapposizione di pixel e stimoli visivi che sembra mandare in tilt il sistema: l’altare dell’Io crolla nella moltitudine di giocatori dell’esistenza.
L’ultima cantina, Le Furre, accoglie Al sole, sto l’acqua, con il vento di Vittorio Cavallini, un inno alla fauna locale, all’incanto dell’essere in ascolto del silenzio e del cinguettio dei piccoli esseri che popolano la campagna.
SPAZIO MORETTI: MOSTRA COLLETTIVA E NUOVE PRATICHE
Ben orchestrata la mostra allo Spazio Moretti, Inatteso, con interventi di Serena Fineschi, Cristina Gozzini, Mariana Ferratto, Martina Fontana, Elena El Asmar, Maura Banfo.
Se Cristina Gozzini riesce a unire organico e inorganico attraverso la trama della luce rossa del laser, Martina Fontana in The Waiting tramite un polittico fotografico restituisce la tela del tempo, finemente intessuta nell’arco di due mesi da bachi di gelso, su un letto singolo.
L’iniziativa nel suo complesso nasce dalla sinergia tra Simone Sensi (1982), curatore indipendente nato a Prato fondatore dell’Associazione Culturale TEMPO = ARTE ETS e Martina Fontana (1984), artista figurativa e fino al 2023 referente del progetto Art Factory di Dynamo Camp. Carmi.Co dimostra come l’arte possa essere sia fonte che sorgente, come calandosi con rispetto all’interno delle comunità dei piccoli borghi possa raccogliere l’energia dei luoghi e delle persone facendole confluire in forme inattese ma allo stesso tempo familiari.
LINK
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