Nella mostra I LIE alla galleria Richard Saltoun di Roma l’artista grida che tutto è menzogna: dall’ambiente domestico alla sfera sessuale, la violenza fa ormai parte di noi
Romanticizzare la famiglia, la casa e il matrimonio in Italia si è sempre saputo fare benissimo, anche quando nelle famiglie, nelle case e nei matrimoni avvenivano le cose più indicibili. Tra ricatti emotivi, forme di coercizione e silenzi punitivi, l’ambiente domestico è riconosciuto, nell’opera di Silvia Giambrone (Agrigento, 1981), come una “maschera di decoro”, tenuta in piedi da un silenzio omertoso che intossica l’aria e contamina i pasti.
La menzogna allora rimane l’unica cosa reale, l’unico dato oggettivo che può campeggiare, sotto forma di autodenuncia, con una scritta al neon: I LIE, si legge non appena si entra negli spazi romani della galleria Richard Saltoun. La mostra dichiara sin da subito il corto circuito che la caratterizza: in un presente minacciato da crisi globali di natura sociale, politica e ambientale, in cui la ricerca di verità assolute è tanto agognata quanto impossibile e in cui tutto ha perso autenticità, la menzogna non ha neanche più bisogno di nascondersi. Si assiste così alla confessione di un peccato capitale con la stessa naturalezza con cui si è ormai abituati a fare finta di niente.
L’AMBIENTE DOMESTICO COME COVO DELLA MENZOGNA
Con la radicalità che caratterizza il suo linguaggio, l’artista si sofferma sull’ambiente domestico dove la menzogna è più forte proprio perché più nascosta, occultata da ruoli di genere e dinamiche di potere socialmente accettati. “La mia ricerca indaga la dimensione politica dell’intimità poiché essa è il terreno in cui si radicano le forze più misteriose di ognuno” si legge nello statement dell’artista.
Giambrone procede allora a decostruire l’estetica del domestico per svelarne la pericolosità e l’asservimento alla violenza: argenteria da tavola, orologi, fili di spago diventano gli elementi di un vocabolario familiare che tutt’a un tratto si rivela ostile. Dalle ricche e lavorate cornici della serie Specchi, oggetti un tempo parte di preziosi corredi, escono ora grosse spine di acacia, in un atto di minaccia e rifiuto della soggettività specchiante che non è più la benvenuta e che, se solo si avvicina, rischia di ferirsi e sanguinare.
LA CORRUZIONE DELLA LEGGE E LA CADUTA DEGLI ASTRI
In uno dei lavori più recenti, Dura lex sed lex (2026), undici tavole di marmo riportano incise undici regole per tradire bene, undici consigli pratici per non essere scoperti. La materia eterna del marmo porta ora la testimonianza di un inganno sociale, dimostrando che anche la legge può diventare complice e serva di un’umanità corrotta.
Giambrone si è interrogata sulla dimensione cosmica e celeste. Cielo Stellato (2026) presenta una serie di dodecaedri in acciaio, forme geometriche che sembrano stelle, realizzate in un materiale che le trasforma in armi. L’artista propone lo scenario apocalittico in cui anche i corpi celesti, massima fonte di luce, vestono i panni della violenza: l’estrema menzogna, il ribaltamento di ogni ordine, la caduta della civiltà stessa.
IL CERTIFICATO DI AUTENTICITÀ DELL’ORGASMO
A catalizzare l’attenzione è una placchetta incisa in ottone, realizzata nel 2026: è un Certificato di Autenticità dell’Orgasmo, la prova estrema e definitiva che la finzione ha invaso ogni parte di noi. Se serve un documento per attestare l’autenticità dell’emozione più intima che possediamo, della reazione più incontrollata e rilassata che il nostro corpo può esibire, significa che anche l’identità è andata distrutta, che la menzogna ha colonizzato il corpo e contaminato la sfera emotiva. Neanche lì si è più al sicuro, neanche lì si può essere sé stessi.
L’artista ci consegna allora una lettura disillusa di un mondo che viaggia alla deriva, in cui la ricerca incessante di verità e certezze instaura una spirale infinita di insoddisfazione e frustrazione, paura e solitudine. Tuttavia, ciò che affascina del suo codice visivo è la grazia, l’eleganza con cui presenta le inquietanti verità, uno strano equilibrio tra nobili oggetti – specchi, corredi, materiali solenni – ed elementi disturbanti come spine, metalli, la parola stessa. La sua estetica attrae per la pulizia visiva, per la stranezza delle composizioni, avvicinando il pubblico a qualcosa che, in ultima istanza, finisce per ferirlo. Anche il linguaggio può rivelarsi così una menzogna confessata dall’artista, che infatti, in tutta onestà, ammette: “Io mento”.
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