Elia ed Emanuel Toffolo. Come si guarda il vetro?

Elia ed Emanuel Toffolo raccontano Murano attraverso il cinema documentario, trasformando il vetro da materia a linguaggio. Tra memoria, artigianato e immagini, i loro film custodiscono i saperi dell’isola e riflettono sul futuro di una tradizione in continua evoluzione.

Ci eravamo preparati a parlare di vetro. Di fiamma, di lume, di saperi tramandati dai padri ai figli attraverso mani, occhi e tempo passato accanto al fuoco.

Pensavamo di partire da Cesare Toffolo. Da un nome che a Murano ha peso perché appartiene a una storia tecnica e artistica che non si può confondere con nessun altro. Cesare ha spinto il vetro oltre i suoi confini abituali. Ne ha fatto ricerca, passione, ostinazione. A tratti ossessione. Un corpo a corpo con la materia, condotto fino a risultati straordinari, capace di allargare l’orizzonte del vetro a lume e di portarlo in una zona più libera, più audace, più complessa. Insieme a pochi altri è stato un pioniere. 

Avevamo in mente un articolo sui passaggi generazionali.

Poi Elia ed Emanuel Toffolo sono entrati a casa nostra e la conversazione ha preso un’altra strada. Succede anche nella scrittura. A volte si guida la rotta, a volte è la rotta che ti impone di essere seguita.

Cesare Toffolo nel suo studio, Murano, 1982

MURANO VISTA DA DENTRO: LO SGUARDO DI ELIA ED EMANUEL TOFFOLO

Siamo a Murano. Nostro figlio Cosmo gioca con Viola, la figlia di Emanuel, e con Matilde e Petra, le figlie di Elia. I bambini attraversano le stanze con quella libertà inconsapevole di chi abita già una storia, ma ancora può ignorarla. Noi cerchiamo un punto da cui cominciare.

Il vetro è lì. Presente, naturale e inevitabile.

Emanuel ed Elia però cominciano a parlare di immagini. Di film. Di isola. Il fuoco resta sullo sfondo, come una presenza talmente quotidiana da non dover essere neppure nominata. La direzione che emerge invece è un’altra, guardare Murano da dentro, prima che altri la trasformino in una nostalgica cartolina per turisti. Quando una pratica è radicata ha il sapore di qualcosa di inevitabile e fa riconoscere con naturalezza ferite, grandezze, punti di stanca e possibilità.

DALLA FOTOGRAFIA AL CINEMA DOCUMENTARIO

Prima della telecamera c’è stata una reflex. Una macchina fotografica portata quasi come un’estensione dello sguardo. Poi sono arrivate attrezzature più complesse, camere più adatte al lavoro documentario, strumenti più performanti. Ma quella prima reflex resta la matrice. L’oggetto da cui tutto sembra aver preso forma. Una lente puntata sui volti, sulle mani, sui laboratori, sui silenzi tra una frase e l’altra.

Chi nasce a Murano dentro una famiglia come la loro eredita moltissimo. Una tecnica. Un nome. Ma anche immagini e aspettative, frasi già pronunciate da altri. Eredita un padre come Cesare Toffolo.

Di Cesare bisognerebbe scrivere a lungo, e con altro spazio. Qui basta dire che la sua grandezza sta nella padronanza del materiale, nella conoscenza del fuoco, nella capacità di portare il lume verso un linguaggio fatto di precisione, architetture fragili, trasparenze, invenzioni tecniche, virtuosismi mantenuti sempre sul limite e desiderio di lasciare un’impronta culturale al futuro del vetro.

Cesare, Elia e Emanuel Toffolo, Conference Murano, 2018

I DOCUMENTARI DI ELIA ED EMANUEL TOFFOLO RACCONTANO MURANO

Ma questo articolo appartiene a Elia ed Emanuel. A due figli che hanno scelto di osservare il proprio mondo per poter trovare una chiave in grado di raccontarlo.

Il primo gesto filmico è Murano – L’insostenibile leggerezza del vetro, realizzato con Caterina Toso. Nasce da un’urgenza: raccogliere racconti, volti, mani, voci. Una generazione ascolta quella precedente mentre il rumore dei forni comincia ad abbassarsi. La memoria chiede di essere trattenuta nel momento esatto in cui rischia di diventare celebrazione.

Poi lo sguardo si stringe. Con Rosin – The Strong Side of Glass si entra nella forza fisica e plastica del vetro, nel gesto di Dino e Diego Rosin,  nella materia che diventa massa, torsione, peso, corpo. Il film lavora vicino alla fatica, alla resistenza e in qualche modo va a chiudere la narrazione precedente, che vedeva il finale del racconto ancora aperto.

THE ENGRAVERS E L’ARTE DELL’INCISIONE SU VETRO

Con The Engravers il vetro cambia prospettiva, qui l’indagine si sposta su un’azienda storica, la S.A.L.I.R., l’attenzione va all’incisione a ruota, agli specchi, si focalizza sul percorso identitario di una ditta in bilico tra presente e passato. L’obiettivo qui è far emergere un sapere più silenzioso, fatto di precisione, pazienza, distanza dal fuoco. Il vetro viene graffiato, scolpito. La mano procede per sottrazione. Si toglie materia per far emergere la memoria.

Con The Flame – The Art and the History of Lampworking il racconto si allarga. Il lume entra in una filiera internazionale. La fiamma attraversa maestri, scuole, strumenti, continenti. Murano diventa una radice dentro una mappa più vasta. Con The Flame: Part Two il viaggio prosegue tra Germania, Repubblica Ceca, Austria e Francia, inseguendo il lume nei luoghi in cui ha preso forme diverse, tra botteghe, tradizioni locali, manifatture, conoscenze secolari.

Visti in sequenza, questi film compongono una mappatura importante. Persone, gesti, competenze, memorie. Murano appare come un luogo che produce oggetti, certo, ma soprattutto conoscenza. Una conoscenza calda, ancora attaccata ai corpi.

La parola “rubare” torna spesso quando si parla di apprendimento artigiano nell’isola. Tradizionalmente si imparava guardando, stando lì, assorbendo gesti che nessuno spiegava del tutto.

Emanuel Toffolo, dimostrazione di lavorazione del vetro, Glass Studio, Murano

LA FORNACE DI MURANO COME LUOGO DI FORMAZIONE

Elia ci consegna una delle immagini più forti dell’incontro, le fornaci di una volta, con molte piazze attive, molte mani al lavoro, molti punti da cui osservare. La fornace era un organismo. Dentro ogni piazza andava in scena una danza. E la danza continuava tra una piazza e l’altra. L’attenzione si spostava dove accadeva qualcosa di difficile, un pezzo complicato, un passaggio rischioso, un gesto che chiedeva esperienza, forza, intelligenza del corpo. Chi voleva imparare seguiva con gli occhi, sottraendo tempo al fare pur di guardare. Capiva dove si stava giocando la parte decisiva del lavoro.

Questa immagine contiene già una teoria della formazione.

La trasmissione, oggi, passa anche dalla scuola. Elia ed Emanuel la considerano importante, forse indispensabile. Una scuola del vetro ha senso quando resta agganciata ai laboratori e alle fornaci. Anche pochi studenti preparati ogni anno possono fare la differenza, ma serve continuità. Serve una relazione stabile tra aula e lavoro.

Il lume, poi, è cambiato profondamente. Sono cambiati i cannelli, la quantità di vetro lavorabile, le possibilità offerte dai forni, le curve di raffreddamento, il rapporto tra controllo e rischio. La storia del vetro procede anche così, attraverso strumenti, adattamenti, piccoli salti tecnici che modificano il linguaggio.

LA FIAMMA COME STRUMENTO DI PRECISIONE

Anche il fuoco, a sentirli parlare, prende molte forme. Una fiamma più debole può sembrare, a uno sguardo inesperto, una perdita di potenza. In realtà quella fiamma più morbida crea una zona di calore capace di proteggere il manufatto. Accompagna il vetro. Lo tiene in una condizione favorevole. Costruisce un clima intorno al gesto. 

È un modo più sottile di intendere la tecnica. Siamo abituati ad associare l’efficacia alla forza, più fuoco, più controllo, più possibilità. Il vetro invece chiede anche protezione. Gradualità. Una fiamma capace di tenere insieme i passaggi. Molti maestri parlano di “sentire” il vetro. Detta da chi lavora davvero, questa frase diventa esatta. Il vetro ha una sua inerzia, una sua memoria, un proprio modo di reagire. Puoi guidarlo. Puoi accompagnarlo. A un certo punto devi ascoltare. Questa parola torna anche nel lavoro filmico dei Toffolo.

Emanuel Toffolo, Rosalia Alpina, insetto realizzato in vetro, Murano

IL CINEMA DOCUMENTARIO COME NUOVA FORMA DEL SAPER FARE

La macchina fotografica lavora con la stessa modalità. Sta vicina al soggetto quanto basta per vedere ciò che di solito scompare. La mano che prepara un gesto, la pausa prima di un passaggio difficile, il volto di chi sa che quel sapere è effimero, il silenzio che precede una frase importante.

Il cinema, nel loro caso, è l’evoluzione di una tradizione capace di prendere forme diverse. Nel lume il lavoro si svolge davanti a una fiamma concentrata e netta. Nel documentario tutto accade davanti a un’altra modalità della luce.

Attraverso i loro film, il vetro appare come una materia attraversata da bellezza e crisi, da saperi altissimi e fragilità quotidiane, da maestri immensi e difficoltà concrete. La camera entra in questa dimensione e resta lì. Guarda. Ascolta. Lascia affiorare.

DIFENDERE MURANO ATTRAVERSO LE IMMAGINI

Forse per questo, mentre Cosmo, Viola, Matilde e Petra giocavano nella stanza accanto, il discorso sul futuro dell’isola aveva un tono concreto, domestico, vero. La continuità era lì. Bambini che crescono in un’isola dove il vetro è ancora presenza, anche se non è più destino imposto o garantito. Figli di padri che parlano di padri, di scuole, di laboratori, di immagini, di fiamme, di ciò che può ancora essere trasmesso.

Elia ed Emanuel Toffolo raccontano Murano da dentro. La guardano con consapevolezza. Conoscono la facilità con cui l’isola può diventare souvenir. Conoscono la velocità con cui il vetro può essere svilito diventando immagine estetica, merce per turisti dallo sguardo leggero.

I loro documentari funzionano come strumenti di difesa dello sguardo.

Difendere Murano, oggi, significa anche filmarla prima che venga irrimediabilmente semplificata. Restituire al fare il proprio peso. Dare voce ai gesti. Rimettere i giovani davanti a una possibilità, e non soltanto davanti all’ombra di ciò che è stato.

La fiamma resta centrale. Ma intorno alla fiamma, Elia ed Emanuel hanno acceso un’altra luce. Quella della macchina da presa. E in questa luce Murano appare ancora piena di possibilità e contraddizioni.

LA REFLEX E IL VETRO: UNA NUOVA IDEA DI SGUARDO

La reflex, in fondo, appartiene a questa storia più di quanto sembri. Dentro il suo corpo tecnico c’è un prisma di vetro attraversato dalla luce. Un piccolo sistema ottico che devia, raddrizza, restituisce un’immagine. Anche lì il vetro è il presupposto dello sguardo. Nelle mani di Elia ed Emanuel, la macchina fotografica diventa uno spostamento del mestiere di famiglia. La fiamma lavora il vetro per dare forma a un oggetto. La reflex lascia che la luce attraversi il vetro per restituire un’immagine. In entrambi i casi una materia trasparente rende possibile la visione. Guardare Murano attraverso una lente significa guardarla ancora attraverso il vetro, una materia  fredda, ottica, silenziosa, lucida. Un vetro che orienta la visione. Anche questo, a modo suo, è un lavoro sul materiale. Anche questo è un modo per restare dentro l’isola senza fermarsi lì dove la storia l’ha portata, ma proiettando oltre il suo futuro. 

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Penzo Fiore
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