La residenza Geografie Interiori, promossa da Obliquo in Val Tramontina, coinvolge sette artisti in un percorso partecipativo su cibo, acqua, artigianato e suono. Ne abbiamo parlato con la curatrice Michela Lupieri.
Cibo, acqua, artigianato e paesaggio sonoro diventano gli strumenti per costruire un dialogo con le comunità locali. Succede in Val Tramontina, dove dal 29 giugno la residenza artistica collettiva Geografie Interiori riunisce sette artisti e artiste chiamati a confrontarsi con il territorio attraverso pratiche partecipative e di ricerca. Il progetto è promosso dall’Associazione Obliquo e inserito nel percorso di avvicinamento a Pordenone Capitale Italiana della Cultura 2027.
Diffuso nel territorio, il progetto mette al centro il tempo dell’ascolto e della relazione, con l’obiettivo di generare nuove narrazioni su un territorio segnato dallo spopolamento ma ricco di patrimoni materiali e immateriali. Il primo esito sarà la mostra Frammenti, in programma a Pordenone dal 22 luglio, mentre nel 2027 il progetto culminerà con una pubblicazione d’artista e una mostra finale. Per approfondire la visione che anima questa iniziativa, abbiamo intervistato Michela Lupieri, curatrice del progetto.
Il titolo Geografie Interiori suggerisce immediatamente l’idea di una mappa che non riguarda soltanto i luoghi fisici, ma anche le memorie e le relazioni che attraversano un territorio. Come nasce questa espressione e quale visione racchiude?
Quando Obliquo mi ha invitata a curare il progetto mi ha raccontato che l’idea di questo titolo era emersa molti anni fa, poi trasformatasi nel corso del tempo. Tuttavia, un aspetto è rimasto immutato e che, a parer mio, rende unico, speciale e stimolante il progetto stesso, la sua rarità. Ovvero l’idea che le tracce di Geografie Interiori siano, oltre che la residenza d’artista e le mostre, quelle che prendono vita sulle pagine di un libro d’artista che sarà pubblicato nella tarda primavera del 2027. Geografie Interiori è quindi un’espressione che naturalmente rimanda a spazi aperti, e a un luogo e territorio specifico, quello della Val Tramontina. Da una parte veicola il rapporto degli artisti con il mondo esterno – un paesaggio – ma, dall’altra, questa esperienza ha un precipitato condensato sulle pagine, da sfogliare lentamente, come lenti sono i tempi della residenza stessa. Il libro è un oggetto tangibile che raccoglierà il processo, costruito e progettato nei mesi, dove la geografia del luogo, dall’esterno di un paesaggio, entrerà tra i fogli di carta. Pagine prima bianche e mute parleranno dei luoghi del progetto e restituiranno l’esperienza, attraverso testi, immagini, fotografie, diagrammi spaziali e sonori. Geografie Interiori è un progetto di arte partecipata, situata in un contesto specifico, dove nel divenire del processo della residenza il confine tra ciò che sta fuori (lo spazio esterno) e il dentro (la visione soggettiva e personale di ogni artista) naturalmente a un certo punto vacillerà. Questo perché la residenza si svilupperà in un lungo arco di tempo: 23 giorni continuativi in cui ogni artista invitato ha il tempo necessario per stare nel luogo, viverlo, sperimentarlo, ascoltarlo, abitarlo e poi restituirlo in una forma visiva.
I quattro assi tematici individuati per il lavoro degli artisti – cibo, artigianato, acqua e suono – sono elementi che fanno parte della vita quotidiana delle comunità locali, ma allo stesso tempo portano con sé significati simbolici molto profondi. Perché avete scelto di partire proprio da questi temi e che cosa vi sembrava potessero raccontare della Val Tramontina che altri approcci forse non avrebbero restituito con la stessa efficacia?
Queste quattro tematiche definiscono la geografia della Val Tramontina, le sue specificità culturali e naturali, ma definiscono altresì quelli che sono i bisogni del luogo. I paesi di quest’area si sono sviluppati attorno attività alpine e alla vita di montagna legata ai boschi e agli elementi naturali di questi paesaggi. Sono quindi temi con cui la comunità stessa si confronta e racconta all’esterno, alcuni dei quali appartengono a quella cultura immateriale che persiste nel tempo, quelle tradizioni popolari che si distanziano da narrazioni prettamente turistiche e a cui noi stessi preferiamo prendere le distanze. Per questo, rispetto al cibo, lavoreremo in particolare sul tema delle erbe spontanee, perché veicolano una visione lenta di scoperta del territorio, di uno stare nel paesaggio con gli occhi puntati verso il basso, dove nella ricerca di un’erba si scopre la spazialità del terreno e la sua materialità, le sue forme, i profumi e i colori. Questa attività parla di una coesistenza dell’uomo con le altre specie, in questo caso vegetali, che definiscono il paesaggio e i suoi odori. Diversamente invece, rispetto all’artigianato, ci confronteremo con l’arte della cesteria che nella valle ha una tradizione molto forte: prima dello spopolamento il cesto è stato fondamentale per una sussistenza a tutto tondo e si usava per spostare la legna, il carbone, la calce, le macerie del terremoto del 1976. Poi, nel tempo, questa tradizione si è evoluta in una forma di artigianato artistico. Ciò che ci interessa è riattivare le tecniche e i saperi popolari, ma anche la dimensione collettiva di come nella costruzione di un cesto emergano pratiche di conoscenza e scambio di saperi trans-generazionali. Il turchese dell’acqua – dei torrenti, delle pozze smeraldine, dei laghi – qui si fonde con il verde dei boschi definendo le tonalità cromatiche di questo paesaggio. Tuttavia, rispetto a questo elemento effimero mutevole e con cui conviviamo, ci interessa indagare l’attività umana nella gestione delle acque che nel tempo ha trasformato l’assetto infrastrutturale della valle: i laghi sono artificiali, dighe e ponti hanno disegnato un nuovo tipo di paesaggio. Infine, quando parliamo di suono, non ci riferiamo solamente alle sonorità naturali, ma al linguaggio: alle lingue raminghe, e a forme musicali come i cori e le sperimentazioni vocali tipiche di questa valle che altro non sono che forme effimere e intangibili di tradizioni tramandate nei secoli tuttora vive e presenti.
Nel programma delle residenze convivono pratiche molto diverse tra loro: passeggiate esplorative, momenti dedicati al canto, incontri sulla botanica, laboratori artigianali, riflessioni sul linguaggio e sul paesaggio. Sembra quasi un mosaico di saperi e discipline che vanno oltre i confini dell’arte contemporanea in senso stretto. Che ruolo ha questa dimensione interdisciplinare nella costruzione del progetto?
La dimensione intra-disciplinare è necessaria in un progetto come questo dove la geografia del luogo, i suoi spazi, la sua cultura materiale e immateriale, è la linfa alla base del progetto stesso. Necessariamente, quindi, l’arte contemporanea deve dialogare con altre discipline, teorie e pratiche di indagine e lettura dello spazio, con il paesaggio stesso, al fine di generare opere aperte, non autoreferenziali, ma dispositivi narrativi multi-strato capaci di raccontare la complessità del territorio indagato. Questo perché Geografie Interiori è al tempo stesso ricerca, pratica progettuale e di conoscenza situata in un preciso contesto, per questo durante la residenza all’analisi teorica di un tema sono associate diverse attività pratiche. Le storie legate alla cultura del luogo – sull’acqua, la tradizione dei cesti, le erbe spontanee, la lingua orale –, verranno trattati da figure esperte invitate appositamente: ognuno di loro indagherà i temi da un punto di vista teorico poi messo in pratica da attività sul campo che prevedono il coinvolgimento di tutti noi. Per fare due esempi ci sarà una passeggiata-raccolta di erbe spontanee che poi cucineremo e mangeremo insieme, trasformando l’azione in un momento di arte partecipata; ma ci sarà anche una passeggiata con un geografo che studia il movimento dei fiumi attraverso la pratica del camminare. Disegnare l’acqua con delle linee sulla carta è una convenzione, ma l’acqua non ha confini, si sposta, e il camminare ci permette di capire il suo movimento, l’origine, la forma del suo flusso e guardare al paesaggio seguendo la prospettiva di un tracciato mutevole. Oltre a questo, però, visiteremo anche il CRAF di Spilimbergo e lavoreremo con i materiali fotografici, usando l’archivio come dispositivo e organismo vivo per lo sviluppo di nuove narrative trans-temporali.
La Val Tramontina è spesso raccontata attraverso il tema dello spopolamento. In che modo Geografie Interiori prova a spostare lo sguardo e a costruire una narrazione più articolata?
Lo spopolamento non caratterizza solo la Val Tramontina ma molte zone montane; è un fatto fisiologico delle aree interne che lascia traccia visibile nei paesi e nelle strade vuote, nelle case chiuse, nel silenzio dei paesi. Dalla Val Tramontina molte sono le persone che hanno deciso di emigrare e ciò che oggi rimane sono interi paesi semi-abbandonati. Tuttavia, anche se in molti se ne sono andati, molte persone hanno invece deciso di rimanere. Che cosa fare oggi di questi borghi spopolati? Come relazionarsi agli abitanti di questi luoghi? Attività turistiche hanno in parte arginato il problema con sistemi di ospitalità come l’Albergo Diffuso; tuttavia, sono la cultura e nel nostro caso l’arte contemporanea il dispositivo capace di attivare nuove metodologie per ri-abitare questi luoghi con forme di dialogo e scambio tra artisti e abitanti. Con questo progetto la Valle sarà temporaneamente abitata da artisti il cui sguardo e progettualità sarà capace di generare una narrazione stratificata e complessa del territorio, arricchendolo e aprendolo verso l’esterno.
Quanto conta, in questo percorso che vuole decostruire l’idea di marginalità delle zone montane e interne, il coinvolgimento diretto della comunità locale, non solo come destinataria delle attività ma come interlocutrice attiva nella costruzione dei contenuti e delle relazioni che il progetto intende attivare?
Il coinvolgimento diretto della comunità è fondante e necessario in un tipo di progetto come questo, site e context specific, che non intende imporsi dall’alto ma piuttosto operare in sinergia con gli abitanti del luogo, testimoni e custodi della sua memoria e delle sue storie, di che cosa significhi vivere in montagna oggi. Per questo nella fase di progettazione della residenza il coinvolgimento di figure locali è stato fondante, al fine di creare un programma inclusivo che unisse diverse voci e punti di vista, articolato in una serie di attività puntuali che coinvolgono gli abitanti stessi. Il loro punto di vista, conoscenza e esperienza è infatti fondante: lontano e diverso da chi vive il luogo con un turismo ‘mordi e fuggi’, è capace di trasmettere la quotidianità di chi si confronta e scontra con le bellezze e sfide del territorio stesso. In generale, in una pratica progettuale situata e partecipativa com’è quella di Geografie Interiori, partecipazione e collaborazione sono i principi alla base: tutto il gruppo di lavoro, organizzatori, artisti e io agiremo secondo i principi del confronto-ascolto e della convivenza con chi abita questo territorio.
Quanto hanno pesato le specificità della Val Tramontina nella scelta degli artisti e delle artiste coinvolti nel progetto? Cercavate figure che avessero già una sensibilità verso temi come il paesaggio, la comunità e le aree interne, oppure vi interessava anche il contributo di sguardi più esterni e inaspettati?
Quando sono stata invitata a curare il progetto non conoscevo molto bene le specificità della Val Tramontina, ma conosco le aree montane, le loro caratteristiche, e anche che cosa significa portare l’arte contemporanea in contesti del genere. Nel 2016 avevo infatti co-ideato e curato Walking. Arte in cammino, un progetto che univa la pratica del camminare all’arte contemporanea, con una mostra temporanea per un sentiero di montagna delle Alpi Carniche dove ogni artista coinvolto aveva prodotto una nuova installazione ad hoc per il sentiero. Se in quel progetto è stato il sentiero a fornire il tema agli artisti, in Geografie Interiori sono state le quattro aree tematiche a definire il perimetro entro cui muovermi per la ricerca degli artisti. Per la loro selezione ho tenuto conto del tema e di una serie di parametri che, su scala generale, sono l’attitudine alla ricerca; una pratica esplorativa e processuale, multi-forma e pluri-linguaggio, in dialogo con il paesaggio e con gli esseri umani e vegetali che lo abitano; l’interesse per l’archivio come dispositivo vivo per la produzione della conoscenza; l’attenzione verso il contesto naturale e la dimensione inclusiva, partecipativa e di ascolto. La scelta è caduta su artisti e designer mid-career e di fuori regione – Vittoria Assembri, Zeno Franchini e Michelle Jonker, Massimo Ricciardo e Virginia Zanetti – la cui ricerca è già ben definita in termini di temi e linguaggi trattati e la cui pratica, benché definita, è altresì fluida e in divenire. Tutti questi artisti, inoltre, non avevano mai sviluppato progetti in zona e ho ritenuto che il loro sguardo, esterno e non contaminato, potesse restituire il luogo e le sue particolarità. A loro si aggiungono Beatrice Migliorati e Valentina Marchetti – selezionate da Obliquo – due giovani studentesse dell’Isia di Urbino che parteciperanno al progetto stesso.
L’arte contemporanea viene spesso legata a contesti specialistici o urbani, quasi come obbligatoriamente cristallizzata in musei e gallerie. Qual è stata la sfida principale nel progettare una residenza artistica in un territorio montano come la Val Tramontina, lontano dai circuiti culturali più consolidati?
In contesti di questo tipo, marginali e fuori dai centri urbani, la sfida maggiore è ragionare in termini di autonomia e collaborazione, perché non c’è un accesso privilegiato alle cose, bisogna avere le scorte e, soprattutto, saper veicolare le idee a persone estranee ai circuiti dell’arte prive dei codici linguistici dell’arte visiva. Però, quello che succede in contesti di questo tipo è che il nuovo genera curiosità, c’è molta apertura, che si traduce naturalmente in disponibilità e partecipazione. Ad esempio, tutte le case in cui alloggeremo sono del comune, e questo ci ha permesso e ci permetterà di entrare in contatto con gli abitanti. C’è stata una fase iniziale di contrattazione per formalizzare il tutto ma non è stato complesso, come anche il coinvolgimento degli esperti: è stato immediato, il progetto è piaciuto, c’è interesse e aspettativa. Se quindi nella città c’è più offerta e quindi concorrenza, come anche un certo tipo di modus operandi legato alle logiche del sistema dell’arte, in luoghi del genere c’è invece la possibilità di sperimentare e agire in maniera semplice ma anche più radicale. Essendo però questa la prima edizione del progetto il tutto è anche intriso di una certa indeterminatezza perché non si sa cosa succederà o come andrà, ma si percepisce della curiosità. Personalmente credo nell’arte contemporanea come strumento di ricerca per indagare luoghi e paesaggi, e nella figura del curatore come mediatore tra il sistema dell’arte e la comunità locale. Siamo organismi in movimento nello spazio, l’arte ci connette ai luoghi che attraversiamo e ai paesaggi che ascoltiamo; è processo, scoperta, conoscenza, dispositivo interattivo di relazione col mondo e con le specie che lo abitano. Inoltre, da un punto di vista geografico e spaziale, trovo stimolanti i paesaggi in cui la natura è protagonista. Lavorare in luoghi decentrati rispetto ai principali centri di produzione e diffusione dell’arte è un terreno fertile per la nascita di progetti unici e fortemente caratterizzati come questo. La geografia del paesaggio montano possiede un potenziale stimolante per ricerche artistiche che connettono l’essere umano all’ambiente in cui vive.
Guardando agli esiti del progetto, colpisce la scelta del titolo della seconda mostra finale, Frammenti. È una parola che sembra suggerire qualcosa di aperto e in divenire, piuttosto che una sintesi definitiva del percorso svolto. Si tratta di una scelta legata proprio alla natura processuale della ricerca avviata durante le residenze? E che tipo di restituzione vi aspettate di offrire al pubblico: una documentazione del lavoro svolto o piuttosto un invito a continuare a interrogarsi sui temi e sulle relazioni emerse lungo il percorso?
Per la modalità con cui è stato immaginato e costruito, Geografie Interiori è un progetto complesso e stratificato, che si dirama verso molteplici linee tematiche e di linguaggio, il cui processo accade e agisce in una lunga scala temporale. La dimensione stessa della residenza artistica si presenta come un bacino dove l’esperienza, frammentata, in divenire, diretta, fresca, risulterebbe difficile da veicolare nella sua totalità. Per questo ci saranno quattro eventi finali: una prima mostra aperta al pubblico in montagna, a Tramonti di Sotto, con una prima restituzione del processo di residenza; poco dopo ci sarà una discesa a valle, a Pordenone, con la mostra Frammenti e poi, il prossimo anno, la pubblicazione del libro d’artista corale e una mostra con le nuove produzioni delle opere nate durante la residenza e sviluppate nei mesi a venire. Per tornare a Frammenti, in mostra ci sono appunti di viaggio. Ci interessava dare voce e visualizzare il movimento degli artisti nello spazio, le loro idee nate da una esplorazione diretta del luogo, alle singole ricerche, ai materiali prodotti e ai processi innescati. Questa seconda mostra di luglio è un frammento parziale di ciò che è nato durante la residenza, ma per gli artisti è anche un punto di inizio per sviluppare la nuova produzione per la mostra finale del 2027 e, soprattutto, il libro d’artista edito dallo Studio Faganel. Come ritratto corale della Val Tramontina è un dispositivo narrativo che restituisce la relazione tra artisti e territorio, dove il luogo stesso è presenza viva tra le pagine veicolata attraverso testi, diagrammi sonori, archivi di dati e forme di osservazione dello spazio.




