Identità, fotografia e AI: l’immagine oggi

Da Viasaterna a Milano, L’altro che abito riunisce artisti di generazioni diverse per riflettere sull’identità tra fotografia, performance, archivi e intelligenza artificiale. Un percorso che mette in dialogo corpo, memoria e algoritmi nella costruzione dell’immagine contemporanea.

Dalla stagione delle avanguardie italiane alle sperimentazioni legate all’intelligenza artificiale, la mostra L’altro che abito, da Viasaterna a Milano, mette in dialogo artisti e artiste che interrogano la costruzione dell’identità contemporanea.  Le fotografie di Elisabetta Catalano restituiscono la vitalità di protagonisti come Alighiero Boetti, Pino Pascali ed Eliseo Mattiacci, mentre Marion Baruch riflette sul rapporto tra corpo e spazio sociale. Guido Guidi osserva il quotidiano come luogo di rivelazione dell’altro, Teresa Giannico esplora le ambiguità della rappresentazione digitale e Luca Massaro lavora sul tema del doppio e della narrazione. Le ricerche di Camilla Gurgone e Martina Ferrari ampliano il confronto verso le nuove generazioni.  

Marion Baruch, L'altro che abito, Viasaterna, Milano, 2026, installation view, ph. Eduardo De Matteis, courtesy Viasaterna

UN CORPO SEMPRE ALTROVE: DALLA PERFORMANCE ALLA DISSOLUZIONE NEL PAESAGGIO

Uno dei fili più tenaci che attraversa la mostra è il corpo come soglia — mai del tutto posseduto, sempre in bilico tra presenza e sparizione. Marion Baruch lo aveva intuito nel 1969, quando percorse via Montenapoleone indossando l’Abito-Contenitore, struttura tessile realizzata insieme al designer A.G. Fronzoni e documentata in mostra dalle fotografie di Gianni Berengo Gardin del 1971. L’abito non è ornamento né protezione: è un’architettura che altera la percezione del corpo nello spazio pubblico, trasformando chi lo indossa in qualcosa di ibrido — né del tutto individuo né del tutto oggetto. Attiva da oltre sessant’anni, l’artista ha sviluppato una pratica singolare in cui il tessuto funge sia da mezzo che da linguaggio: “un materiale vivo e pulsante” attraverso il quale diventano visibili processi sociali, economici e storico.

A cinquant’anni di distanza, Martina Ferrari porta questo stesso ragionamento nel paesaggio alpino: il suo corpo si sovrappone alle superfici glaciali fino a confondersi con la roccia e il ghiaccio. La figura emerge solo a distanza, poi lentamente scompare nella materia. Non è mimetismo decorativo, ma una domanda radicale sul tempo: il tempo breve del corpo umano misurato contro quello profondo e indifferente della geologia. 

Le due artiste, separate da generazioni e da contesti profondamente diversi, condividono la stessa intuizione — che il sé non si abita mai da solo, ma sempre in relazione a qualcosa di esterno, che sia un tessuto, una pietra o il ghiaccio di un ghiacciaio.

Martina Ferrari, L'altro che abito, Viasaterna, Milano, 2026, installation view, ph. Eduardo De Matteis, courtesy Viasaterna

L’ATTENZIONE PER L’ORDINARIO NELLA FOTOGRAFIA

Nella ricerca di Guido Guidi (Cesena, 1941), la fotografia diventa uno strumento per osservare il reale nelle sue manifestazioni più discrete e marginali. Il suo sguardo si posa su elementi spesso trascurati, lontani tanto dalla spettacolarità quanto dalla costruzione narrativa. Oggetti, luoghi e dettagli quotidiani compongono un lessico visivo essenziale attraverso cui emergono presenze e relazioni. 

La giovane sarta ritratta nel proprio ambiente di lavoro o il padre immerso nella lettura del giornale non sono descritti frontalmente, ma evocati attraverso gesti, posture e tracce che ne suggeriscono l’esistenza. Nelle immagini di Guidi, il racconto prende forma per allusioni: basta un segno nello spazio domestico o un movimento appena accennato per restituire la densità di una vita. La sua fotografia affida così all’osservazione paziente e all’attenzione per ciò che passa inosservato la possibilità di incontrare l’altro.

Teresa Giannico, L'altro che abito, Viasaterna, Milano, 2026, installation view, ph. Eduardo De Matteis, courtesy Viasaterna

IL RITRATTO NELL’ERA DELLA “SELEZIONE AUTOMATICA”

Se la fotografia analogica interrogava l’identità attraverso il gesto e la presenza fisica, la ricerca contemporanea ne sposta il problema verso l’invisibile infrastruttura che oggi produce e seleziona le immagini. 

Teresa Giannico, nella serie Dealing with Daily Photographs, parte da fotografie trovate online per rielaborarle pittoricamente attraverso processi di stratificazione e rifotografia. Sui volti compaiono le parole chiave generate dall’intelligenza artificiale che hanno guidato la selezione di quelle immagini: termini che rendono visibili le associazioni e le preferenze implicite dell’algoritmo. Il ritratto non restituisce più solo il volto raffigurato, ma indirettamente rivela anche chi ha cercato, cliccato, selezionato — lo sguardo del sistema diventa parte dell’immagine stessa. Un meccanismo analogo, ma condotto da una prospettiva diversa, anima il lavoro di Camilla Gurgone: nelle opere della serie Plenitudo, segni permanenti e stampe termiche destinate a scomparire convivono nella stessa superficie, in dialogo con immagini generate dall’intelligenza artificiale.

L’algoritmo non è strumento neutro ma interlocutore — uno spazio attraverso cui l’artista osserva sé stessa, come se l’altro artificiale diventasse uno strano tipo di specchio. Insieme, Giannico e Gurgone segnalano uno spostamento decisivo: nell’epoca della produzione automatica delle immagini, costruire la propria identità visiva significa anche fare i conti con ciò che la macchina decide di mostrare — e di nascondere.

Teresa Giannico e Luca Massaro, L'altro che abito, Viasaterna, Milano, 2026, installation view, ph. Eduardo De Matteis, courtesy Viasaterna

TRA ARCHIVIO E CONTEMPORANEO, L’IDENTITÀ COME COSTRUZIONE MUTEVOLE

La mostra mette in dialogo materiali d’archivio e ricerche contemporanee, intrecciando tecniche tradizionali e strumenti digitali. Archivi, fotografia e tecnologia diventano strumenti per leggere un soggetto sempre mutevole in un tempo dilatato che per bilanciare il presente si attacca al passato e studia, se non teme, il futuro. 

Lo dimostra l’opera di Luca Massaro, che tra fotografia, scrittura, installazione e linguaggio propone una riflessione sull’identità come costruzione continua. Nelle serie Vietnik e nelle opere che confluiranno nel progetto Dizionario Vol. 2, immagini, testi e riferimenti culturali vengono ripresi, duplicati e trasformati, generando narrazioni in cui memoria personale e invenzione si sovrappongono. Il motivo del doppio attraversa tutta la sua produzione e mette in discussione l’idea di un’identità stabile, presentandola come il risultato di un costante negoziato tra esperienza individuale, rappresentazione pubblica e relazione con l’altro.

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Lucia Antista
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