Presentato al Biografilm 2026, Every Picture Tells a Story racconta David Bailey attraverso il monumentale SUMO Taschen. Un documentario intimo che ripercorre la carriera del fotografo britannico, protagonista della rivoluzione della fotografia di moda e della Swinging London.
Quarantasette chili. Tremila copie in tutto il mondo, numerate e firmate a mano una a una. Un prezzo che sfiora i tremila euro. Sono i numeri del SUMO Taschen di David Bailey, e durante l’anteprima mondiale di Every Picture Tells a Story al Biografilm 2026 una copia era lì, fuori dalla sala cinematografica, da sfogliare coi guanti come si fa con una preziosa reliquia.
Solo altri tre fotografi al mondo – Salgado, Leibovitz e Newton – possono vantare lo stesso onore concesso da Taschen. Un club ristrettissimo per un formato che la casa editrice riserva a chi ha cambiato il modo in cui guardiamo le immagini e l’arte; ed è da quel formato mastodontico contenente i ritratti di trecento soggetti realizzati in oltre cinquant’anni di carriera che il documentario prende le mosse per raccontare l’incredibile carriera di uno dei fotografi più amati, poliedrici, talentuosi e influenti del secolo scorso.
La Repubblica lo aveva definito, in un articolo dell’ottobre 2025, «il fotografo di moda più famoso e scontroso della storia». Eppure, guardando l’ottantenne Bailey illuminare lo schermo e strappare risate spontanee alla platea durante l’intera proiezione, l’aggettivo “scontroso” sembra quanto di più lontano dal vero si possa scrivere su di lui. L’impressione, semmai, è quella di ascoltare un anziano parente dalla vita straordinaria che dispensa aneddoti a raffica sulle persone che gli è capitato d’incontrare nel corso della sua vita: solo che l’album fotografico che sfoglia è un SUMO Taschen, e i soggetti ritratti sono tante celebrità – per noi comuni mortali – inarrivabili.
Every Picture Tells a Story (presentato nella sezione Art and Music, area tematica #Ritrarsi, e per ora non disponibile altrove) è il racconto in ottanta minuti behind the scenes della realizzazione di quel SUMO. Ma definirlo un semplice “dietro le quinte” sarebbe tanto riduttivo quanto etichettarlo solo come documentario: il film è, a tutti gli effetti, un autoritratto, poiché a vestire i panni del regista è Bailey stesso. E, nell’autoritrarsi, l’artista applica esattamente la stessa tecnica che usa da quasi settant’anni per fotografare gli altri: intima, essenziale, poco interessata alla perfezione formale e molto alla spontaneità del soggetto. Il suo bianco e nero – «penso che la fotografia sia fatta per il bianco e nero», afferma convinto, «io sogno in bianco e nero» – predilige da sempre i contrasti netti, un’illuminazione, cruda, quasi chirurgica; ciononostante, dentro quella durezza tecnica si respira un’eleganza spontanea che sembra naturale e che invece nasconde una padronanza assoluta di chi sta dietro l’obiettivo, disposizioni precise dettate con determinazione e maestria.
EVERY PICTURE TELLS A STORY: RECENSIONE DEL DOCUMENTARIO PRESENTATO AL BIOGRAFILM 2026
Sin dai primi minuti del film, è chiaro allo spettatore che il modus operandi adottato dietro la macchina fotografica è simile a quello che adotta dietro la cinepresa. Simile, ma allo stesso tempo inaspettato, perché la telecamera permette al pubblico di scoprire uno dei segreti fondamentali dietro al successo di Bailey: un’ironia acuta, contagiosa, spesso bonaria, che detta il ritmo giocoso del film e coinvolge lo sguardo in un’atmosfera familiare e rilassata. “Riesci a far rilassare la gente, Bailey, è un dono”, gli dice in una scena del documentario lo stilista Manolo Blahnik osservando alcune delle sue foto più celebri: sarà anche per questo che nemmeno Margaret Thatcher gli ha saputo negare un sorriso e che la Regina D’Inghilterra, – racconta il fotografo stesso, orgoglioso – gli ha concesso di sua sponte più di mezza giornata per realizzare un ritratto.
IL SUMO TASCHEN DI DAVID BAILEY: IL LIBRO FOTOGRAFICO CHE CELEBRA UNA LEGGENDA
È evidente che c’è qualcosa di disarmante nella semplicità con cui Bailey guarda attraverso l’obiettivo, un approccio quasi ingenuo alla fotografia sorretto da uno sguardo affilatissimo: più che un fotografo, Bailey è un vero e proprio visual storyteller, capace di rendere interessante qualsiasi soggetto, di conferire multidimensionalità a ogni racconto e di instaurare un rapporto estremamente personale durante l’intero processo creativo. Ed è proprio questa dedizione alla relazione, più che alla perfezione dell’immagine, ad essersi trasformata negli anni in legami affettivi duraturi: il documentario è, in questo senso, un lungo andirivieni di ospiti illustri – tra i tanti Martin Parr, Manolo Blahnik, Michael Caine, Naomi Campbell, Kate Moss, Penelope Tree – che vanno a trovarlo nel salotto di casa sua (o si collegano in videochiamata, come fa Damien Hirst) per sfogliare insieme a lui il SUMO e ripercorrere insieme, tra risata fragorose e abbracci, storie di incontri, collaborazioni e ricordi di momenti che li hanno uniti.
DAVID BAILEY E LA RIVOLUZIONE DELLA FOTOGRAFIA DI MODA: DAGLI ANNI SESSANTA A BLOW-UP
Nel nome dell’anticonformismo che caratterizza David Bailey sin dalle origini, il documentario non ne racconta la carriera in ordine cronologico e convenzionale, bensì attraverso schegge biografiche affidate agli aneddoti: sono le fotografie e le conversazioni con gli amici di lunga data a fare emergere il ragazzo londinese nato nel 1938, arruolato nella RAF e spedito a Singapore, che compra la sua prima Rolleiflex e nel 1960 viene assoldato da British Vogue, un trampolino di lancio che lo condurrà insieme a Terence Donovan e Brian Duffy – la cosiddetta “Black Trinity of East End” – a portare la fotografia di moda fuori dagli studi patinati e dentro le strade di Londra, contribuendo a inventare l’immaginario stesso della Swinging London: un impatto culturale tale da portarlo ad essere una vera e propria celebrità e da ispirare nel 1966 il personaggio principale del film cult Blow-Up di Michelangelo Antonioni.
Un personaggio poliedrico, carismatico, fuori dagli schemi, destinato a cambiare per sempre le regole del mondo della moda e a rivoluzionare la fotografia contemporanea: emblematiche, in tal senso, la fotografia Alice Cooper nudo avvolto da un serpente per Vogue America (1972) e lo scatto di moda del 1967 che lo consacrerà per sempre: un abito da sposa Balenciaga fotografato indosso a una modella di spalle, dove tutto il vestito diventa scultura, manifesto della moda come alta forma d’arte.
PERCHÉ EVERY PICTURE TELLS A STORY È UNO DEI MIGLIORI DOCUMENTARI SU DAVID BAILEY
Every Picture tells a story non è un documentario costruito, patinato, a tesi: è più simile a un making of caotico e sentimentale, e forse è proprio per la somiglianza al suo Dr. Frankenstein che funziona così bene. Un film più tradizionale, più levigato, non avrebbe restituito la stessa intimità. Nel Q&A dopo la proiezione a Biografilm il 13 giugno 2026, la moglie Catherine e il figlio Fenton lo hanno confermato senza mezzi termini: Bailey è davvero così, genuino e sagace, genio e sregolatezza, capace di scherzare su tutto restando allo stesso tempo, come dice Catherine, “serio da morire” su ogni cosa, soprattutto sul suo lavoro. Un lavoro ciclopico, conservato oggi nei David Bailey Archives, impossibile da riassumere in un solo SUMO Taschen: eppure – provare per credere – davanti a quelle 440 pagine, 50×70 e 47 kg è impossibile non percepire la grandezza e l’impatto culturale di uno dei più grandi fotografi dell’epoca contemporanea.
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