Nella mostra Collapse a Trento, Angelo Demitri Morandini trasforma testi, mappe, indici borsistici e partiture in fragili superfici di cera. Tra impermanenza, silenzio e wabi-sabi, il collasso del linguaggio diventa metamorfosi, memoria e apertura a nuovi significati e nuove possibilità di senso.
La leggerezza, oggi, non coincide più con la trasparenza né con la sottrazione. È una condizione instabile e sospesa, in cui le parole sembrano perdere progressivamente il proprio peso. Nella mostra Collapse di Angelo Demitri Morandini, in corso alla Galleria Paola Maria Deanesi di Trento, il testo si presenta come una struttura che implode: frammenti, residui, pagine e segni testimoniano un ordine che non riesce più a sostenersi. La letteratura, così come l’abbiamo studiata, la Divina Commedia di Dante o I promessi sposi di Manzoni, non sono più un territorio certo. Le grandi narrazioni e l’autorità del linguaggio vacillano. Tutto crolla, ma lentamente, attraverso un collasso quasi silenzioso che lascia emergere una nuova forma di leggerezza, inquieta e precaria, in cui le parole sopravvivono mentre perdono la capacità di offrire un significato definitivo. Non solo testi letterali ma anche geografici, indici borsistici e partiture musicali si sciolgono e cosa rimane? Ne resta una parte, una memoria fissata nella materia, che continua a interrogarci circa la certezza del linguaggio e dei suoi codici.
LA FRAGILITÀ DELLA SCRITTURA. ANCHE MUSICALE
Anche la musica, così come la conosciamo, non è più una sicurezza. Come per la letteratura, antiche partiture e spartiti emergono come frammenti di una memoria che resiste al proprio stesso collasso. Bach, Beethoven, Chopin, Paganini e Verdi, o spartiti più contemporanei, non sono più totalmente leggibili. La cera ne conserva l’impronta ma ne sospende la funzione: le note non possono più essere eseguite, il testo non può più essere letto nella sua forma originaria. Il linguaggio musicale diventa così una sorta di superficie vulnerabile. In Collapse, il crollo non coincide con la distruzione, ma con la perdita di ogni certezza interpretativa. Anche in questo caso, ciò che sopravvive è una traccia fragile, nella quale la memoria della cultura continua a manifestarsi proprio attraverso la sua trasformazione e la sua inevitabile precarietà.
UNA TECNICA CHE ACCOGLIE UN’ESTETICA GIAPPONESE
La forza di queste opere sta anche nell’accurata ricerca tecnica. La stampa su cera d’api sbiancata naturalmente dalla luce miscelata a paraffina, resa vive dal calore e dalla fiamma, diventano strumenti di trasformazione e ricerca estetica. La materia accoglie il testo o l’immagine, li assorbe e il calore li restituisce trasformati. Come spiegato dall’artista, nelle sue opere emergono diversi aspetti che dialogano con l’estetica giapponese, in particolare con concetti come il vuoto e l’impermanenza o, più in generale, con la sensibilità del wabi-sabi, che riconosce valore alla fragilità, al tempo e all’incompiutezza. Proprio la cera, come materiale mutevole, si presta ad accogliere questa estetica. C’è poi il tempo che trasforma, una poetica molto vicina all’idea giapponese che la bellezza risieda nella transitorietà e nello spazio lasciato aperto all’interpretazione, più che nella compiutezza dell’opera.
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