Intervista a Susanna Orlando: cinquant’anni di arte e di vita

In questa intervista Susanna Orlando ripercorre la sua carriera tra arte, galleria e relazioni. Dal legame con Pietrasanta alla mostra Essere mare, tra gli ossi di seppia, racconta il mestiere del gallerista, la formazione dei collezionisti e il valore dell’arte come esperienza di vita.

Spesso si dice che in estate la voglia di vedere mostre d’arte contemporanea cali. E forse è così. Però l’estate è anche quel momento in cui si riescono a visitare luoghi che, magari, durante l’anno sono meno presenti negli itinerari ufficiali del mondo dell’arte.

C’è anche da dire che, se molti movimenti artistici famosi si sono alimentati del calore delle coste toscane, o comunque nelle città toscane di mare, non è un caso che quella cultura e quelle radici siano rimaste in quei territori.

Infatti, durante uno dei primi weekend di maggio, mentre stavo andando da Firenze a godermi una delle prime giornate di mare, ho deciso di fare una deviazione e fermarmi a Pietrasanta, città che avevo visitato solo poche altre volte. Una città sicuramente famosa per il turismo, ma anche piena di gallerie. Gallerie che, purtroppo, per la maggior parte non presentano una grande offerta culturale o di ricerca.

Galleria Susanna Orlando, anni ‘80, Forte dei Marmi

Tra quelle invece che portano avanti un grande lavoro, però, ce n’è sicuramente una che spicca: quella che, fino al 7 giugno, aveva al suo interno una mostra sul movimento Fluxus e, quindi, su Giuseppe Chiari. Ovviamente non era una mostra soltanto su di lui: c’erano tanti altri grandi protagonisti. Basta citare alcuni nomi come Beuys, John Cage, Yoko Ono o Nam June Paik. Insomma, tanti nomi che davano alla mostra un respiro molto più ampio.

Si trattava di una mostra museale all’interno di una galleria. Una mostra che mi aveva sorpreso anche per i prestiti richiesti a importanti istituzioni, come il Centro Pecci. Il fatto che una galleria avesse chiesto dei prestiti per inserire all’interno del proprio spazio una mostra che non era del tutto vendibile, ma realizzata per una vera esigenza di ricerca, significava andare realmente in profondità rispetto alle necessità storico-culturali e alla volontà di chiamarsi Galleria d’Arte.

Cosa c’è di più culturalmente interessante? Cosa c’è di più formativo del dare proprio questo servizio a una comunità? Un servizio che le gallerie, fino agli anni Novanta del Secolo scorso riuscivano a offrire e che dovrebbe rientrare, ancora oggi, anche nell’aspetto più intrinseco e profondo della loro attività.

Spinto dalla curiosità per questa mostra, decisi quindi di andare a Pietrasanta. Ed è stato lì, all’interno della Galleria Susanna Orlando, che ho conosciuto la sua fondatrice, Susanna, che, senza sapere chi fossi o cosa facessi, mi ha accolto con l’eleganza e la capacità con cui si accoglie una persona alla quale si vuole raccontare qualcosa.

Dalle sue parole, dal modo in cui raccontava la mostra, il proprio lavoro e dalla sua passione, si capiva che quella galleria aveva, al suo interno e nel suo cuore, un progetto e una volontà di diffusione e approfondimento dell’arte che, purtroppo, oggi sono molto rari.

Da lì è nato un dialogo, che si è protratto nelle settimane successive fino all’apertura della nuova mostra: un progetto molto interessante, che deve essere raccontato insieme alla storia di questa grande galleria e al traguardo raggiunto di 50 anni di attività.

Qui sotto vi lascio, quindi, il dialogo epistolare nato dopo il nostro incontro, perché questa è una storia che va raccontata, conosciuta e trasmessa.  

Galleria Susanna Orlando, Pietrasanta, ph. Diego Laurino
Lei è cresciuta letteralmente dentro l’arte: suo padre, gli studi degli artisti, la galleria, Forte dei Marmi. C’è stato un momento preciso in cui ha capito che questo non sarebbe stato solo il mondo della sua famiglia, ma il suo modo di stare al mondo?

Si, ma molto tardi.

Esattamente quando mi sono trasferita con la galleria a Pietrasanta.

Come vidi lo spazio ancora occupato da un negozio di alimentari, in pieno centro, capii che tra quelle mura, per me nuove, avrei potuto esprimere ciò che tenevo dentro da molti anni. Lo spazio mi è apparso subito come un teatro dove avrei potuto rappresentare tutte le forme d’arte. Forse avrei potuto farlo anche a Forte dei Marmi nei piccoli 2×7 metri quadrati, ma non ne avevo la consapevolezza.

Sul sito web c’è una frase molto bella: “Un buon gallerista non vende solo arte, ma insegna a vivere l’arte”. Che cosa significa oggi, in un momento in cui spesso l’arte viene raccontata come investimento, status o contenuto da fotografare

E’ di fatto il mio motto, anche perché io non riesco a fare diversamente. Vivere dentro il sistema dell’arte mi ha insegnato a camminare nell’armonia, e quando ci cresci dentro poi, non puoi più farne a meno. Spendo molto del mio tempo a spiegare ai clienti perché quell’opera, una volta arrivata a casa loro, li farà vivere meglio; spiego come posizionarla per far sì che si attivi al massimo. Per questo spesso vado a casa dei collezionisti per ottimizzare il posizionamento. Posso dire con un punta di orgoglio che i miei collezionisti non hanno mai acquistato per investimento, ma solo guidati dal loro senso del bello e del profondo. In seguito si sono accorti dell’investimento fatto. Sarà per questo che in cinquant’anni di attività avrò avuto non più di 10 resi di mie opere, per altro, avvenuti per motivi di eredità o di cambio di residenza. 

Oggi l’arte viene raccontata malissimo, sia dai social, sia dai nuovi operatori. Spesso la si mette alla stregua di “curiosità” e raramente di elemento fondamentale per il buon vivere. Spesso mi viene fatto notare che l’arte costa e non tutti possono permettersela, ma io so che non è così. Ho “allevato” molti collezionisti che entravano prima timorosi, senza capacità di spesa. Li ho incoraggiati, ho aspettato e gli sono andata incontro in diversi modi e ora leggo delle loro collezioni sui giornali di settore.

Essere mare, tra gli ossi di seppia, Galleria Susanna Orlando, Pietrasanta, installation view, 2026, ph. Mattia Taddei
Nella sua storia ha lavorato con artisti molto diversi, da Aldo Mondino a Giuseppe Chiari, Piero Pizzi Cannella, Bruno Ceccobelli e molti altri. C’è un incontro con un artista che le ha cambiato il modo di guardare una mostra, uno spazio o addirittura la vita?

Tutti. Ogni artista con la a maiuscola che ho conosciuto, quando mi ha fatto entrare nel suo mondo, ha lasciato un segno indelebile. Ma attenzione, deve essere un vero artista.

Pietrasanta non è solo un luogo espositivo: è una città dove marmo, fonderie, studi, gallerie e relazioni hanno costruito un immaginario preciso. Che cosa ha trovato qui che forse non avrebbe potuto trovare altrove?

Tengo a precisare che, prima ancora di decidere di aprire la galleria a Pietrasanta, avevo già scelto questa città come luogo in cui vivere. Nel 1990 lasciai Firenze per trasferirmi qui, attratta dalla luce straordinaria della piazza, da quel senso diffuso di laboratorio d’arte a cielo aperto e, non da ultimo, dalla casa dei miei sogni che avevo trovato proprio qui.

Pietrasanta era il luogo dove Michelangelo veniva a scegliere gli artigiani che avrebbero scolpito i marmi estratti dalle vicine cave, e dove, secoli dopo, artisti come Fernando Botero e Igor Mitoraj realizzavano le loro monumentali sculture. Nei bar si incontravano scultori ancora coperti di polvere di marmo, mescolati a qualche turista arrivato in cerca di arte e cultura. Ogni mattina mi svegliavo con il rumore delle segherie e dei camion che trasportavano enormi blocchi di marmo: era una colonna sonora che raccontava l’identità del paese.

All’epoca Pietrasanta era molto diversa da oggi: c’erano pochissime gallerie, appena tre ristoranti, ma una straordinaria concentrazione di laboratori, fonderie, artigiani e artisti provenienti da tutto il mondo. Era impossibile non sentirsi parte di una comunità creativa.

Non avrei mai immaginato che, ventitré anni dopo, nel 2013, avrei trasferito qui anche la mia galleria. Nel frattempo erano arrivati altri colleghi con i quali ho instaurato rapporti di stima e amicizia, contribuendo a far crescere un tessuto culturale sempre più ricco.

Pietrasanta oggi è cambiata, inevitabilmente. Alcuni aspetti di quella città operosa si sono attenuati, ma per me resta il luogo in cui vita personale e professionale si sono finalmente incontrate. L’apertura della galleria ha rappresentato la naturale conclusione di un percorso iniziato molti anni prima.

Essere mare, tra gli ossi di seppia, Galleria Susanna Orlando, Pietrasanta, installation view, 2026, ph. Mattia Taddei
La nuova mostra “ESSERE MARE, tra gli ossi di seppia” sembra quasi un autoritratto indiretto: non racconta solo la Versilia, ma anche il suo sguardo dopo cinquant’anni di attività. Che cosa voleva far emergere di sé attraverso questa mostra?

Grazie per questa riflessione. In effetti, mentre pensavo a quale mostra dedicare a questo traguardo dei cinquant’anni di attività, ho fatto una cosa molto semplice: mi son guardata dentro. Mi sono chiesta se, come gallerista, avessi assorbito anch’io qualcosa dell’anima di questa terra. Perché, quasi inconsapevolmente, sono sempre attratta da certi artisti e non da altri? Perché prediligo colori naturali, atmosfere sospese, evitando quasi sempre contrasti violenti?

Le risposte sono arrivate subito. Mi sono resa conto che questa terra ha plasmato anche il mio sguardo. Come Carlo Carrà, Ardengo Soffici, Eugenio Montale, Alberto Savinio e molti altri, sono cresciuta in Versilia. Ho camminato sulle stesse spiagge, contemplato lo stesso orizzonte, respirato quella luce velata e quella sottile malinconia che appartengono ai suoi inverni.

“ESSERE MARE, tra gli ossi di seppia” racconta certamente la Versilia, ma in fondo racconta anche me. Non è un’autobiografia dichiarata: è il ritratto del paesaggio interiore che questa terra ha costruito dentro di me e che, senza accorgermene, ha guidato per cinquant’anni le mie scelte di gallerista.

Dopo cinquant’anni di galleria, cosa la incuriosisce ancora? Cosa la fa dire: “questa cosa devo ancora provarla”?

Glielo dirò quando sarò entrata nell’ottica del cinquantunesimo anno di attività. Per il momento sto ancora vivendo questo traguardo, con gratitudine e un pizzico di stupore. So però che la curiosità è ciò che mi ha permesso di arrivare fin qui: finché continuerò a sorprendermi davanti a un artista, a un’opera o a un’idea, saprò che c’è ancora qualcosa da provare.

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Alessio Vigni
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