Può una bottiglia raccontare la crisi ambientale? Parola a Venice Tap Water

In questa intervista il team di Venice Tap Water racconta I Pollute Therefore I Am,  l’opera selezionata dalla Royal Academy che trasforma una bottiglia in PET in simbolo di consumo e inquinamento, riflettendo su acqua pubblica, plastica monouso, responsabilità collettiva e cambiamento quotidiano.

I Pollute Therefore I Am è l’opera con cui Venice Tap Water, associazione veneziana che promuove il consumo dell’acqua di rubinetto, entra nella Summer Exhibition della Royal Academy of Arts di Londra, la più grande esposizione al mondo aperta a tutti gli artisti. La rassegna, coordinata quest’anno da Ryan Gander OBE RA, ha come tema Interconnectedness e sarà visitabile dal 16 giugno al 23 agosto 2026.

L’edizione invita a riflettere sul modo in cui idee, persone e pratiche creative si influenzano reciprocamente, facendo emergere connessioni inattese tra elementi apparentemente lontani. Un approccio che si ritrova anche nell’opera I Pollute Therefore I Am, dove un oggetto quotidiano diventa il punto di partenza per interrogarsi sul rapporto tra comportamenti individuali e conseguenze collettive. 

Il progetto rilegge Untitled (I Shop Therefore I Am) (1987), la celebre opera dell’artista concettuale Barbara Kruger, a sua volta ispirata al Cogito ergo sum di Cartesio. Se negli anni Ottanta Kruger denunciava l’identificazione tra consumo e identità, oggi Venice Tap Water sposta l’attenzione sulle conseguenze di quel modello: l’inquinamento come risultato di gesti quotidiani ormai normalizzati.

Nata nel 2019, Venice Tap Water promuove l’uso dell’acqua di rubinetto a Venezia per ridurre il consumo di bottiglie in plastica monouso. Attraverso mappe interattive, raccolta dati sulle fontane pubbliche, interventi urbani e campagne di comunicazione, l’associazione ha sviluppato strumenti per leggere la città e favorire un cambiamento nelle abitudini di residenti e visitatori. Abbiamo intervistato Lorenza Cossutta (artista e designer) e Marco Capovilla (scienziato e attivista ambientale), parte del team di Venice Tap Water, per parlare dell’opera, del lavoro portato avanti negli anni tra le calli veneziane e del significato di questa nuova tappa internazionale.

Lorenza Cossutta, I pollute therefore I am, Royal Academy Summer Exhibition 2026, Gallery VI 1122, London
I Pollute Therefore I Am nasce come rilettura di I Shop Therefore I Am di Barbara Kruger, che a sua volta rilegge il Cogito ergo sum di Cartesio. Perché sentivate la necessità di intervenire proprio su questa genealogia di immagini e di idee? Che cosa racconta oggi l’inquinamento che, quarant’anni fa, raccontava il consumismo?

Lorenza: L’inquinamento ambientale e la crisi climatica sono conseguenze di un modello economico fondato sul consumo e sulla crescita continua. Negli anni Ottanta, quando Barbara Kruger realizzava I Shop Therefore I Am, non avevamo ancora piena consapevolezza della portata del danno arrecato al pianeta. Oggi acquistare continua a essere un modo per affermare la propria identità, ma sappiamo anche che ogni gesto di consumo porta con sé un’impronta ambientale. I Pollute Therefore I Am sposta l’attenzione dal consumo alle sue conseguenze: se per Kruger l’essere si definiva attraverso l’atto del comprare, oggi l’individuo si confronta inevitabilmente con ciò che quel gesto produce. È una riflessione sulla condizione contemporanea, in cui siamo allo stesso tempo parte di un sistema e consapevoli dei suoi effetti.

Marco: Il titolo nasce dalla volontà di far riflettere su un gesto diventato talmente abituale da non essere quasi più messo in discussione. Pensiamo, ad esempio, al consumo di una bottiglia d’acqua e al suo immediato smaltimento: un’azione quotidiana che abbiamo normalizzato senza interrogarci sulle conseguenze. Sostituire il Cogito con Polluo è anche una provocazione. Per Cartesio il pensiero definiva l’esistenza, ma pensare richiede tempo e consapevolezza; inquinare, invece, è diventato un gesto rapido, quasi automatico, in sintonia con la velocità della società contemporanea. È proprio questo contrasto che volevamo mettere in evidenza.

Giacomo S. Pistolato,Venice Fountain, 2026, Venice
La vostra opera utilizza un oggetto di uso quotidiano, una bottiglia d’acqua in PET, ma lo sottrae immediatamente alla sua funzione per trasformarlo in un simbolo. Quando avete capito che quell’oggetto poteva diventare un linguaggio così efficace per raccontare il problema della plastica monouso?

Lorenza: Le bottigliette in PET da 500 ml sono onnipresenti nei cestini veneziani e sono anche tra i rifiuti più frequentemente ripescati dalla laguna. Per noi quella bottiglietta è sempre stata un simbolo: viene pubblicizzata come una soluzione comoda e leggera, ma nasconde un impatto ambientale importante che sarebbe facilmente evitabile.

Marco: La bottiglietta in PET è diventata quasi naturalmente il simbolo del progetto. Come associazione lavoriamo per promuovere il consumo dell’acqua di rubinetto, quindi il nostro principale interlocutore è proprio la bottiglia di minerale monouso. C’è poi un aspetto legato alla comunicazione. Se osserviamo le campagne dedicate alla riduzione della plastica, l’immagine che ricorre più spesso è proprio quella della bottiglia: un oggetto immediatamente riconoscibile, che rappresenta nell’immaginario collettivo il problema della plastica monouso. Per questo abbiamo scelto di lavorare su un simbolo che tutti conoscono, cercando di attribuirgli un nuovo significato.

Molte opere dedicate alle questioni ambientali rischiano di limitarsi a rappresentare una crisi già nota. Nel vostro caso, invece, I Pollute Therefore I Am nasce da un progetto che ha una dimensione operativa e relazionale al di fuori dello spazio espositivo. In che modo questa doppia natura influenza la vostra idea di “opera”?

Lorenza: Dal mio punto di vista, Venice Tap Water e I Pollute Therefore I Am fanno parte dello stesso grande progetto. Venice Tap Water è allo stesso tempo un progetto ambientale, culturale e artistico. C’è una componente di ricerca, una di comunicazione e anche una dimensione performativa: quando misuriamo il flusso delle fontane veneziane lavoriamo per garantire condizioni di rilevazione omogenee e raccogliere dati confrontabili e attendibili. Anche questo processo, fatto di presenza, metodo e relazione con il territorio, è parte dell’opera. I Pollute Therefore I Am è la traduzione visiva di questo percorso: non un’opera isolata, ma una delle forme attraverso cui il progetto prende vita.

Marco: Per noi il valore dell’opera sta nelle domande che genera. Abbiamo attribuito a una semplice bottiglietta d’acqua in PET, un oggetto dal valore economico minimo, un valore volutamente sproporzionato. Questo scarto invita a interrogarsi su come l’acqua sia stata trasformata in un bene di consumo, quando dovrebbe essere una risorsa condivisa. Se l’opera riesce a mettere in discussione questa contraddizione, allora ha già assolto il suo compito.

Giacomo S. Pistolato, Venice Tap Water bottle, filled at a public fountain, 2026, Venice
Entrare nella Summer Exhibition della Royal Academy significa portare un progetto nato nelle calli di Venezia all’interno di una delle istituzioni artistiche più autorevoli al mondo. In che modo questo nuovo contesto cambia la lettura dell’opera? Può raggiungere un pubblico diverso rispetto a quello con cui dialoga abitualmente Venice Tap Water?

Lorenza: Entrare nella Summer Exhibition della Royal Academy significa portare un progetto nato a Venezia in un contesto internazionale. Venezia resta il punto di partenza, ma le questioni che affrontiamo riguardano molte altre realtà. Per questo il nostro obiettivo è far sì che Venice Tap Water diventi un modello replicabile, contribuendo alla costruzione di una rete internazionale che promuova l’acqua di rubinetto come alternativa concreta alla plastica monouso.

Marco: Non avrei mai immaginato che un’idea nata quasi per gioco potesse essere selezionata dalla Summer Exhibition della Royal Academy. Il valore di questa opportunità, però, non sta tanto nel riconoscimento artistico quanto nella possibilità di far conoscere il nostro lavoro a un pubblico più ampio. Se, grazie a questa occasione, anche solo alcune persone sceglieranno l’acqua di rubinetto invece di quella in bottiglia, allora l’opera avrà davvero raggiunto il suo scopo.

I Pollute Therefore I Am sembra condensare il lavoro che portate avanti da anni con Venice Tap Water. Attraverso dati, mappe, oggetti e interventi nello spazio urbano, il progetto costruisce strumenti di lettura della città di Venezia e dei suoi comportamenti. Qual è oggi il principio che guida la scelta di questi strumenti e delle modalità di intervento?

Lorenza: Non partiamo mai dallo strumento, ma dall’obiettivo. Il mio lavoro quotidiano come graphic designer ha sicuramente influenzato questo approccio: sono abituata a considerare la comunicazione come parte integrante del progetto. Per questo, in Venice Tap Water, il modo in cui raccontiamo i dati è importante quanto i dati stessi. Il progetto assume forme diverse: mappe, raccolta di dati, interventi nello spazio pubblico, campagne di comunicazione o opere come I Pollute Therefore I Am. Sono strumenti differenti, ma fanno parte dello stesso percorso e rispondono alla stessa esigenza: costruire consapevolezza e favorire un cambiamento. In questo senso, I Pollute Therefore I Am rappresenta una sintesi del progetto: concentra in un’unica immagine una riflessione nata da anni di ricerca sul territorio.

Marco: Gli strumenti che utilizziamo servono innanzitutto a leggere la città. La bottiglietta d’acqua, ad esempio, racconta molto di Venezia: racconta il turismo, i comportamenti delle persone e il modo in cui utilizziamo una risorsa fondamentale come l’acqua. Ma Venezia, per noi, è soprattutto un laboratorio. Le stesse dinamiche si ritrovano in molte altre città del mondo. Per questo il nostro obiettivo non è solo osservare o documentare un problema, ma costruire un sistema esportabile. Gli strumenti cambiano, ma lo scopo resta lo stesso: migliorare il rapporto tra le persone e l’acqua di rubinetto.

Giacomo S. Pistolato, Map of drinking fountains in Venice, 2026, Venice
Venice Tap Water nasce per promuovere il consumo dell’acqua di rubinetto nella città lagunare. C’è stato un episodio preciso che ha fatto scattare l’idea, oppure il progetto è il risultato di un’osservazione quotidiana dei flussi turistici e della vita urbana? Qual è il problema più urgente che avete sentito di dover affrontare? Inoltre, in che modo i vostri percorsi personali e professionali hanno influenzato la nascita e lo sviluppo del progetto?

Lorenza: Venice Tap Water nasce da una ricerca iniziata anni fa. Tra il 2006 e il 2011 lavoravo con il collettivo 100%pubblica, con cui realizzavamo interventi di arte pubblica sul tema dell’acqua. L’interesse è nato dal desiderio di affrontare un problema concreto di Venezia: la scarsa valorizzazione dell’acqua delle fontane e il conseguente consumo di bottiglie di plastica. Nel 2008 abbiamo realizzato un’azione pubblica distribuendo quella che chiamavamo “l’ultima bottiglia in PET”: una bottiglia riutilizzabile da riempire alle fontanelle della città, accompagnata da una mappa dei punti di erogazione dell’acqua potabile. L’iniziativa aveva l’obiettivo di ribaltare la percezione della bottiglia usa e getta, trasformandola in uno strumento per promuovere un comportamento diverso. Quando, alla fine del 2025, Marco mi ha raccontato il lavoro che stava portando avanti con Venice Tap Water, ho riconosciuto una visione comune, nata da percorsi diversi ma orientata allo stesso obiettivo.

Marco: Per me tutto è iniziato nell’estate del 2019, durante un incontro sui temi ambientali organizzato a Venezia. Ascoltando una presentazione su una nuova bioplastica, mi sono chiesto quale potesse essere un gesto più semplice e immediato per generare un cambiamento concreto. La risposta è arrivata pensando alla città: promuovere il consumo dell’acqua di rubinetto al posto di quella in bottiglia, soprattutto tra i visitatori. Venezia è un luogo in cui questo tema emerge con particolare evidenza: milioni di persone arrivano ogni anno, acquistano bottiglie d’acqua e spesso non conoscono la qualità dell’acqua pubblica disponibile.

Invitate residenti e visitatori a cambiare un gesto quotidiano. Quali sono gli ostacoli più grandi che incontrate nel promuovere questo cambiamento? Quanto pesa il fatto che il consumo di acqua in bottiglia sia sostenuto da un’intera filiera produttiva e commerciale?

Lorenza: Cambiare un gesto quotidiano è più difficile di quanto sembri. Bere acqua in bottiglia è diventata un’abitudine profondamente radicata, costruita anche attraverso decenni di pubblicità e investimenti nel marketing. Promuovere l’acqua di rubinetto significa quindi non solo proporre un’alternativa, ma cambiare una percezione culturale: non basta dimostrare che l’acqua è buona e sicura, bisogna renderla una scelta naturale.

Marco: A livello locale, l’ostacolo principale è la mancanza di un impegno più forte nel promuovere il consumo di acqua di rubinetto attraverso politiche e infrastrutture adeguate. Rendere questa scelta semplice e accessibile per residenti e visitatori è fondamentale. Più in generale, bisogna confrontarsi con decenni di comunicazione da parte dell’industria dell’acqua in bottiglia. Cambiare un’abitudine così radicata richiede tempo e il coinvolgimento di istituzioni, cittadini e operatori economici.

Giacomo S. Pistolato,Venice Fountain, 2026, Venice
L’Italia continua a essere tra i Paesi che consumano più acqua in bottiglia al mondo, pur disponendo di un’acqua potabile di qualità. Secondo voi da dove nasce questo paradosso? Quanto incidono la percezione della sicurezza e una cultura che continua ad associare il prodotto confezionato a una maggiore affidabilità?

Lorenza: Questa situazione è il risultato di decenni di comunicazione da parte delle aziende imbottigliatrici, che hanno trasformato l’acqua minerale da semplice prodotto a simbolo di qualità, benessere e stile di vita. Questo immaginario è entrato profondamente nella nostra cultura e influenza ancora oggi le nostre scelte quotidiane. Lo si vede anche nei piccoli gesti: in Italia chiedere una caraffa d’acqua del rubinetto al ristorante è spesso percepito come insolito, mentre altrove è la normalità. A Venezia esiste inoltre una sfida specifica: i residenti conoscono generalmente la qualità dell’acqua di rete, ma molti visitatori non hanno questa informazione.

Marco: È soprattutto una questione di comunicazione. Per decenni siamo stati esposti alla pubblicità dell’acqua in bottiglia, mentre è mancata una narrazione altrettanto forte a favore dell’acqua di rubinetto. Le aziende investono per promuovere il proprio prodotto; l’acqua pubblica, invece, non ha nessuno che ne racconti il valore. È proprio questo vuoto informativo che Venice Tap Water cerca di colmare.

Il vostro progetto pone al centro la prevenzione del rifiuto, più che la sua gestione. Nel dibattito ambientale si parla molto di riciclo e meno di riduzione dei consumi. Che ruolo dovrebbe avere oggi la riduzione alla fonte nelle politiche ambientali e nelle pratiche quotidiane?

Lorenza: Il riciclo è fondamentale, ma interviene quando il problema è già stato creato. Quando una bottiglia di plastica esiste, anche se verrà riciclata, il suo impatto ambientale è già iniziato. Per questo crediamo che la riduzione alla fonte debba tornare al centro delle politiche ambientali e delle nostre abitudini quotidiane, partendo da una domanda semplice: questo oggetto mi serve davvero? La prevenzione mette in discussione il modello stesso basato sulla produzione e sul consumo continuo, mentre il riciclo si limita a gestirne alcune conseguenze. Nel caso dell’acqua, scegliere il rubinetto significa evitare direttamente la produzione di un rifiuto.

Marco: La prevenzione è il primo passo nella gerarchia dei rifiuti: il riciclo è importante, ma arriva dopo, quando il rifiuto è già stato prodotto. Pensare di risolvere il problema continuando a generare la stessa quantità di scarti non è sufficiente. In Italia la cultura della prevenzione è ancora poco diffusa: servono più educazione ambientale e politiche capaci di aiutare le persone a ridurre i rifiuti alla fonte.

Giacomo S. Pistolato, Venice Tap Water: Marco Capovilla, Lorenza Cossutta, Giacomo S. Pistolato, 2026, Venice
In questi anni avete raccolto dati, osservato comportamenti e dialogato con migliaia di persone. C’è un episodio o un cambiamento che vi ha fatto capire che Venice Tap Water sta producendo un impatto concreto? E che tipo di intervento, se aveste carta bianca, avrebbe oggi il maggiore impatto sulla città?

Lorenza: Per me l’impatto del progetto si misura soprattutto nelle persone. Quando sono a Venezia mi piace fermarmi a parlare con chi incontro per strada e raccontare cosa facciamo. Ricordo una mamma inglese con due bambini che avevano sete: le ho indicato la fontana più vicina e lasciato il QR code della nostra mappa. Sono piccoli episodi, ma dimostrano che un cambiamento è possibile: quando una persona modifica un’abitudine, anche solo temporaneamente, qualcosa è già successo. Se avessimo carta bianca, partirei dalla città: riattivare le fontane oggi chiuse, migliorarne la manutenzione e creare nuovi punti di erogazione dell’acqua nei principali luoghi di passaggio, come gli imbarcaderi del trasporto pubblico.

Marco: L’impatto del progetto si vede nella crescita delle persone che utilizzano la nostra mappa, visitano il sito e ci contattano per conoscere o sostenere Venice Tap Water. Negli ultimi anni, inoltre, l’ingresso di Lorenza nell’associazione ha portato nuove competenze e dato un forte impulso allo sviluppo del progetto. Se avessimo carta bianca, servirebbe un maggiore impegno della pubblica amministrazione: più fontane funzionanti, nuovi punti di erogazione e una comunicazione capillare rivolta ai milioni di visitatori che arrivano ogni anno a Venezia. Sono interventi semplici, ma potrebbero avere un impatto significativo non solo sulla città, ma anche come modello replicabile altrove.

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Alessia Tu
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