In questa intervista Zhang Meng racconta il suo percorso dalla Cina a Firenze, il rapporto tra pittura, memoria e spaesamento e il ruolo dell’artista nella città contemporanea: il primo studio visit di una nuova mappa dell’arte contemporanea fiorentina.
Più di un anno fa sono rientrato a Firenze e, ormai, l’ho raccontato diverse volte nei miei articoli. Quando sono tornato qui, ho capito ancora più chiaramente quanto fosse limitante pensare che il mondo dell’arte dovesse necessariamente concentrarsi in un unico centro.
Solitamente siamo abituati a credere che tutto il sistema dell’arte contemporanea italiano sia raccolto a Milano. E forse, almeno in parte, è vero: lì si trovano alcuni dei musei più importanti e accadono molti dei grandi eventi del settore. Ma questo che cosa implica? Che siamo portati a dimenticare tutto ciò che succede nelle altre città, quasi come se quello che avviene al di fuori di Milano avesse meno valore.
Tornando a Firenze e iniziando a frequentare gallerie e opening, a visitare studi e a parlare con artisti e operatori culturali, mi sono reso conto che in città mancava soprattutto un collante: qualcosa che riuscisse a mettere in relazione le diverse realtà che lavorano nel contemporaneo. È un discorso che riguarda principalmente le arti visive, essendo questo il campo nel quale, negli anni, mi sono maggiormente specializzato.
Durante una cena con Filippo Cigni, artista che avevo già intervistato per art-frame, questa esigenza è emersa in maniera ancora più evidente. Abbiamo così deciso di provare a connettere, o meglio a riconnettere, le diverse cellule dell’arte contemporanea presenti a Firenze. Perché il tessuto esiste già. Ciò che manca, spesso, è la capacità di riconoscerlo, raccontarlo e metterlo in comunicazione.
Prima ancora di riunire queste realtà, però, è nata la necessità di mapparle. E così abbiamo iniziato un percorso fatto di visite agli spazi, incontri con le persone, conversazioni e dialoghi reali. Non una semplice raccolta di nomi e indirizzi, ma il tentativo di conoscere veramente chi lavora ogni giorno all’interno del panorama artistico fiorentino.
Il primo studio visit di questo percorso è stato quello di Zhang Meng. Lo abbiamo incontrato al TIAC – The International Arts & Culture Group, di cui è direttore creativo e all’interno del quale ha anche il suo studio, un luogo che è un importante punto di riferimento per la comunità cinese che desidera avvicinarsi all’Italia e al suo sistema culturale.
Entrare nel suo studio ci ha permesso di conoscere un artista importante, di osservare le opere all’interno del luogo in cui prendono forma e di iniziare, proprio in mezzo a esse, un dialogo sul suo lavoro, sulla sua storia e sul rapporto tra la cultura cinese e la città di Firenze.
Da quella conversazione è nata l’intervista che trovate qui sotto. Un’intervista significativa perché ci permette non soltanto di conoscere più da vicino Zhang Meng, ma anche di tracciare il primo punto di una mappa che continuerò a costruire nei prossimi mesi attraverso la rubrica SUPER FRESH. Una mappa che vuole raccontare gli artisti, gli spazi e le energie che abitano Firenze, ma che vuole anche aprire una riflessione più ampia sulla situazione dell’arte contemporanea in città.
Sei nato in Cina, oggi vivi e lavori a Firenze. Come sei arrivato qui?
Sono arrivato a Firenze inizialmente per formazione, ma con il tempo questa città è diventata qualcosa di più complesso di un luogo di studio o di lavoro. È diventata uno spazio in cui misurare la distanza: distanza dalla Cina, dalla mia lingua madre, dalle immagini con cui sono cresciuto, ma anche distanza dalla storia europea e dalla sua enorme presenza visiva. Il passaggio più importante, per me, non è stato solo geografico. È stato personale: capire che vivere altrove significa anche ricostruire continuamente il proprio modo di guardare. Firenze mi ha costretto a confrontarmi con una stratificazione molto forte di immagini, memoria e storia. A volte questo peso può essere difficile, quasi paralizzante; ma proprio per questo mi ha aiutato a capire che la mia ricerca nasce da una tensione tra appartenenza e spaesamento.
Quanto il tuo essere cresciuto in un contesto culturale diverso influenza il tuo lavoro?
Credo che influenzi profondamente il mio modo di guardare, anche quando non appare in modo esplicito. Non penso al mio lavoro come alla rappresentazione diretta di una cultura o di un’identità nazionale. Mi interessa piuttosto quella zona intermedia in cui le immagini perdono una definizione stabile e iniziano a trasformarsi. Essere cresciuto in Cina e vivere oggi in Italia mi mette in una posizione di attraversamento. Non sento di appartenere completamente a una sola tradizione, ma nemmeno di esserne fuori. Questa condizione mi permette di osservare le immagini con una certa distanza: come se fossero frammenti, tracce, resti di qualcosa che continua a cambiare significato. La memoria, per me, non è mai un archivio fisso, è un materiale fragile, mobile, a volte contraddittorio.
Nei tuoi lavori l'immagine sembra apparire e sparire. Cosa cerchi quando scegli un'immagine da trasformare in pittura?
Quando scelgo un’immagine, non cerco semplicemente una figura da rappresentare. Cerco piuttosto un punto di instabilità. Mi interessano le immagini che sembrano già portare dentro di sé una perdita, qualcosa che non si lascia raccontare del tutto, qualcosa che resiste alla chiarezza. La pittura, per me, non serve a rendere l’immagine più evidente, ma a metterla in crisi. Attraverso il processo pittorico l’immagine può affiorare, dissolversi, diventare traccia, ombra, fantasma. In questo senso mi interessa il momento in cui una figura non è più solo una figura, ma diventa memoria, ferita, silenzio, o forse una domanda. Non voglio chiudere il significato dell’immagine; preferisco lasciarla in una condizione sospesa, dove lo spettatore possa entrare con la propria esperienza.
Che ruolo può avere un artista in una città come Firenze, al di là della produzione delle opere?
Credo che un artista non sia solo qualcuno che produce oggetti, ma qualcuno che crea relazioni, domande e possibilità di sguardo. A Firenze questo è particolarmente importante, perché la città è spesso percepita attraverso il suo passato, attraverso un’immagine già consolidata e quasi intoccabile. Essere artista qui significa anche provare ad aprire uno spazio nel presente. Non si tratta di negare la storia, ma di non esserne schiacciati. Penso che l’artista possa contribuire a rendere visibili energie più sotterranee: incontri, comunità temporanee, dialoghi tra generazioni e culture diverse. Per me il lavoro in studio è fondamentale, ma non è separato dal modo in cui si abita una città, dal modo in cui si condividono esperienze e si costruiscono legami.
Com'è oggi il tessuto culturale e artistico fiorentino?
Firenze è una città complessa. Da una parte possiede una forza storica straordinaria, che continua ad attirare persone da tutto il mondo. Dall’altra, proprio questa forza può rendere più difficile vedere ciò che accade nel presente. Il contemporaneo a Firenze esiste, ma spesso deve trovare spazi laterali, meno evidenti, più fragili. Non credo che la città sia immobile, però a volte il suo immaginario pubblico è ancora troppo legato alla bellezza storica, al patrimonio, al turismo. Per questo mi interessano molto le realtà indipendenti, gli studi, gli artist-run spaces, le conversazioni informali: lì sento una vitalità più autentica. Firenze può stimolare il contemporaneo se accetta di non essere solo un museo del passato, ma anche un luogo di conflitto, trasformazione e sperimentazione.
Guardando al futuro, cosa vuoi costruire qui a Firenze?
Vorrei costruire una pratica artistica sempre più precisa, ma anche un modo di stare dentro la città. Per me le due cose non sono separate. La pittura nasce nello studio, in una dimensione molto solitaria, però poi ha bisogno di entrare in relazione: con altre persone, con altri artisti, con luoghi e storie diverse. Mi interessa l’idea di una comunità non rigida, non istituzionale, fatta di dialoghi, collaborazioni, momenti condivisi. Firenze per me è un luogo di tensione: tra passato e presente, tra appartenenza e distanza, tra immagine e memoria. Forse quello che voglio costruire è proprio uno spazio dentro questa tensione, un modo di abitare la città attraverso l’arte senza dover scegliere tra radici diverse, ma lasciandole convivere e trasformarsi.
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