Un convegno ha ripercorso la storia della fotografia italiana da una prospettiva di genere, colmando un vuoto storiografico. E mettendo a disposizione oltre 4000 schede di documenti, fotografie, riviste e cataloghi
Dopo tre anni di studio, ricerca e networking, gli esiti del progetto vincitore PRIN Fotografia Femminista Italiana sono stati pubblicati. Nata dalla collaborazione di diversi atenei italiani – leader quello dell’Università di Bologna -, la ricerca si è conclusa con un convegno internazionale a settembre 2025, che ha ospitato interventi di studiosi e ricercatori provenienti da tutto il mondo. La pubblicazione dei vari contributi, curata da Federica Muzzarelli e Giorgia Ravaioli, restituisce così il risultato di un vero e proprio processo di ricostruzione della storia della fotografia italiana. “Ci siamo rese conto” spiega Muzzarelli “che chiaramente la tradizione storiografica e di pensiero sulla fotografia aveva bypassato completamente il lavoro di tante fotografe. Basta aprire i libri e i manuali di fotografia e contare il numero di donne al loro interno”. Ne è conseguita una mappatura, una ricognizione critica di “tutto ciò che è passato o che non è passato, perché anche quello che non c’è dice tanto della storia”.
IL CARATTERE GLOBALE E IL RUOLO DELLE ISTITUZIONI
A caratterizzare la missione di ricerca sono stati, oltre all’urgenza dell’operazione, il respiro marcatamente internazionale e un ragionamento in termini globali: studiosi e studiose provenienti da diversi paesi come Giappone, Messico, Argentina, Germania hanno contribuito alla creazione di un network vastissimo, dando vita a “un fitto dialogo che lega la prospettiva femminista nel mondo”.
In merito alla specificità italiana, se i movimenti di emancipazione degli anni Sessanta hanno reso il femminismo una realtà importante, collettiva, militante, e prodotto un rinnovato interesse per le pratiche fotografiche delle artiste da parte di riviste impegnate, ben poco è cambiato a livello istituzionale: “Abbiamo veramente pochi nomi, e questa rarefazione di presenze ci dice quanto poco è stato fatto dalle istituzioni che avrebbero dovuto valorizzare, promuovere, collezionare le pratiche delle artiste”. Fondamentale dunque il supporto e l’interesse di enti privati, attraverso iniziative individuali e autofinanziate: è il caso della Collezione Donata Pizzi, prezioso partner del progetto e custode, dal 2014, di un patrimonio dimenticato di scatti e Quaderni, riunito per valorizzare il lavoro di fotografe italiane dagli anni Sessanta a oggi e, dal 2026, visitabile a Roma nel quartiere Nomentano.
FOTOGRAFIA E FEMMINISMO: DAL PERSONALE AL POLITICO
La vittoria di un progetto dichiaratamente femminista, in un contesto istituzionale come quello italiano in cui “per malafede e demagogia non si può neanche parlare di affettività nelle scuole”, risuona come un segnale potente, un cambio di rotta fortemente indicativo. “Non nascondo che quando presentammo il progetto nel 2020 le mie colleghe mi dissero ‘Ma dai, non vinceremo mai!’ perché questi temi e gli approcci femministi e di genere nella storia dell’arte sono rarefatti, quasi mai premiali. La vittoria dunque, oltre alla gratificazione, è stato un segnale incredibile che certi temi contano, che ci sono delle storie da riscrivere”.
Le storie sono tante, infatti, proprio perché il legame tra fotografia e istanze femministe è viscerale sin dalle origini. Quando nasce nell’Ottocento il nuovo medium “diventa un canale di espressione di esigenze individuali, perché la fotografia ha dentro la vita”: attinge al privato, alla dimensione interiore, all’intimità, per farne discorso politico.
IL LIBERO ACCESSO AI MATERIALI: UN SEGNALE POLITICO
Insieme alla pubblicazione, scaricabile gratuitamente, il progetto mette a disposizione in Open Access oltre 4000 schede di documenti, fotografie, riviste, cataloghi dedicati alla produzione delle fotografe italiane dalle origini agli anni ‘80, un “segnale politico di disseminazione del sapere in maniera aperta e gratuita”. Un libero accesso alle risorse pensato anche per gli insegnanti, per sviluppare percorsi didattici e multidisciplinari nelle scuole e negli atenei.
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