Le Speednews di Matteo Bergamini e la scrittura d’arte oggi

Un memoir, un manuale di sopravvivenza e una dichiarazione d’amore per la scrittura d’arte.

In Speednews. L’arte scritta veloce (art-frame books), Matteo Bergamini, pioniere della critica e del giornalismo culturale, si racconta: tra retroscena, riflessioni sull’editoria e sul mondo della scrittura nel panorama dell’arte contemporanea.

Un libro necessario, in particolare, per i tanti giovani che si approcciano, oggi, al mondo della narrazione culturale, nella fluidità del mondo digitale. Ne parliamo con l’autore in questa intervista.

Perché hai sentito l'esigenza di scrivere questo libro proprio oggi?

In realtà il libro ha avuto una gestazione lunghissima: le prime pagine sono nate nel 2018 e da lì si è via via andato formando, con pause lunghissime e repentini momenti di scrittura in modalità quasi automatica. Da moltissimo tempo mi ripetevo che dovevo trovare il modo di concluderlo e di tirarlo fuori dal cassetto, forzando la mia pigrizia nel riprendere a lavorare su “cose” che sento già concluse. E per questo, senza piaggeria, devo ringraziare tutto il team di art-frame books!

Nell'introduzione scrivi: "Siamo sempre sull'orlo dell'abisso, insomma, ma anche questa narrazione è costante". Qual è il cambiamento più radicale che hai osservato nel modo di raccontare l'arte?

Il primo cambiamento radicale, per quanto mi riguarda, è stato durante la pandemia: mi sono reso conto che scrivere non avrebbe ricucito lo strappo del tempo che stavamo vivendo: quei momenti completamente dilatati, pervasi da uno straniamento mai percepito, divenuto immediatamente quotidiano. Che senso ha – mi ero chiesto allora – continuare a riportare informazioni di chiusure e mostre online o fare interviste sul come ce la stiamo passando? Percepivo, come milioni di altri del resto, che l’unica opzione sensata era quella di ricreare un incontro, come quelli che l’arte sempre proporziona. Ma in che modo? Le “dirette” Instagram erano una delle possibilità, la più semplice. Risultato? Per quanto mi riguarda, oggi, questo social informa molto meglio di tante redazioni, un po’ come la newsletter e-flux…Non è un caso che le notizie “vere” molte volte vengano battute prima su questi canali che da qualsiasi agenzia.

Matteo Bergamini, “Speednews. L’arte scritta veloce”, presentazione del libro, Incipit, Vicenza, 2026
La scrittura artistica si è (forse) salvata da art sharer, art lovers, influencer... ci salveremo anche dall'AI e dalla postura dell'informazione trasformata in "infotainment"?

Io credo di sì. Quello che più detesto dell’infotainment è il trattare l’arte alla stregua di un percorso turistico, come attrazione da parco giochi, come prodotto eternamente “interessante” e a tutti costi farcito di aneddoti curiosi, divertenti, brillanti. L’insopportabile arte ridotta a effetto “wow” o, ancora peggio, a disciplina dei “giusti”: io continuo a credere nel lato oscuro dell’arte, nella sua mancanza di linearità, nel crearsi secondo regole arbitrarie che solo l’artista conosce. Ma sto divagando. Alcuni giorni fa, però, ho posto all’Intelligenza Artificiale una domanda molto personale e, con mia somma sorpresa ho ottenuto una risposta – tra decine di inutili righe – che sintetizzava perfettamente la visione della critica d’arte come spazio aperto, che è un po’ anche il mio ideale… 

Nel volume emerge spesso il tema dell'indipendenza. Quanto è difficile oggi mantenere uno sguardo libero quando il giornalismo culturale dipende da sponsor, istituzioni e dinamiche di mercato?

È difficile. Ma sarebbe più difficile se gli sponsor e le istituzioni avessero molti più soldi per corrompere davvero la stampa [ride]. Dunque, proprio per questa condizione endemica di indigenza, io penso che la libertà non solo si possa mantenere, ma sia condizione necessaria. Poi certo, alla scrittura “ufficiale” magari qualcuno associa un proprio percorso critico, qualche scappatoia dalla redazione quotidiana…

Luiz Braga, “A Preferida”, 1985, courtesy dell’artista
In questo momento sei l'intervistato, ma sono di più le occasioni in cui sei stato tu a porre domande. Nel libro racconti di Massimo Minini, Teresa Margolles e Luiz Braga tra le interviste più memorabili: chi ti ha lasciato qualcosa di prezioso e cosa rende davvero un'intervista ben riuscita?

L’empatia che si genera. Forse, nel mio caso, il percepirmi più dalla parte dell’artista che non da quella del reporter.

Ad un certo punto parli della necessità di "incontrare il mondo" prima ancora che scrivere. Quanto conta oggi l'esperienza diretta rispetto alle informazioni che arrivano dai social e dai comunicati stampa?

È molto più che fondamentale. In più di un’occasione sono stato smentito dai miei pregiudizi, perché anche io non ne sono immune. Nel 2023 sono arrivato alla prima Biennale delle Amazzonie, in Brasile, convinto che mi sarei trovato di fronte a un panorama di luoghi comuni: avevo errato completamente e sono stato sopraffatto dal progetto. Quest’anno, le mie aspettative rispetto alla Biennale di Venezia erano altissime: ne sono uscito completamente deluso.

Thiago Rocha Pitta, “Abismo sobre o Abismo”, 2019, courtesy dell'artista
In alcuni punti sembri rivolgerti ai giovani che vorrebbero intraprendere questa professione. Cosa consiglieresti loro e anche al te stesso più giovane (anche se sei ancora un ragazzino :D)?

Recentemente ho conversato con uno studente di una Accademia di Belle Arti, che mi domandava “cosa vedere”. A ogni mia suggestione ribatteva con un “A questo non sono interessato”. Mi rendo conto che i tempi siano difficili e la virtualità abbia impigrito ogni senso, ma il non-interesse non dovrebbe esistere per chi vuole intraprendere questa professione, per lo meno non prima di aver visto molto. È un appunto che farei anche al me che fu giovane, a volte decisamente più vicino alla flaneurie – per non dire al cazzeggio – che allo studio; sicuramente più incline alla libertà che non alla ricerca spasmodica di potere…Maledetto me! 

Facciamo contento un collega: dimmi il nome di un/a giornalista culturale che stimi, che consideri come esempio?

Ce ne sono diversi: diciamo che stimo i colleghi che si spendono, indipendentemente da affinità di carattere o altro. Invece non apprezzo molto i compilativi da mille argomenti di cui sopra, quelli per cui qualunque cosa scrivano è sempre tutto bellissimo, interessantissimo, fighissimo…

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Chiara Vedovetto
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