A Videocittà 2026 Tommaso Cherubini ha presentato Invisible Ecologies: Tevere: oltre un secolo di dati idrologici trasformati in un sistema particellare su ledwall. Il racconto del suo metodo tra scienza, ecologia e AI.
Il fiume come organismo vivo, non più solo risorsa da misurare. È l’idea che attraversa il lavoro di Tommaso Cherubini, classe 1995, artista visivo di Macerata che tra intelligenza artificiale generativa ed elaborazione dati costruisce paesaggi digitali capaci di rendere percepibile il comportamento di un ecosistema nel tempo.
Dopo aver dedicato Invisible Ecologies all’Arno di Firenze (premiato dal bando Per Chi Crea di SIAE e Ministero della Cultura), Cherubini ha spostato la sua ricerca sul fiume di Roma. A Videocittà Watercult 2026, la nona edizione del Festival della Visione e della Cultura Digitale che si è svolta dal 10 al 12 luglio al Gazometro Ostiense, ha presentato in prima assoluta Invisible Ecologies: Tevere: oltre un secolo di dati idrologici e biologici del fiume, dal 1900 a oggi, tradotti in quattordici capitoli e proiettati su un ledwall di 9×5 metri. Un sistema particellare i cui colori seguono il Circumplex Model of Affect di Russell: la salute dell’ecosistema determina la tonalità, l’attivazione biologica la temperatura cromatica. Il progetto si è inserito in un’edizione del festival dedicata all’acqua.
Lo abbiamo intervistato per capire come nasce questa tappa della sua ricerca e perché un dato scientifico può diventare materia emotiva.
Il progetto attraversa oltre un secolo di storia del Tevere in quattordici capitoli, dal 1900 a oggi. Come hai selezionato i dati che compongono questo racconto, e cosa ti ha colpito di più ripercorrendo la storia idrologica e biologica del fiume?
Ho selezionato i dati partendo da fonti scientifiche solide: gli studi di Bersani sulle piene del Tevere a Roma, gli Annali Idrologici ISPRA, i monitoraggi ARPA Lazio e ACEA, oltre a un dossier di citizen science dedicato al fiume. Da questa base ho scelto gli eventi e i parametri più capaci di raccontare una storia, non solo di documentarla.
Ciò che mi ha colpito di più è scoprire quanto il fiume conservi memoria di ogni trasformazione della città. La Prima Guerra Mondiale porta le prime industrie belliche nella valle dell’Aniene e con esse l’inizio dell’inquinamento industriale del bacino. I muraglioni, costruiti per proteggere Roma dalle inondazioni, separano fisicamente la città dal fiume e rendono invisibili gli scarichi abusivi nei tratti nascosti. Il 1960 segna una rottura culturale precisa: le autorità sanitarie rilevano la leptospirosi nelle acque urbane, i primi avvisi sconsigliano la balneazione, e un’intera generazione di romani cresce senza mai vivere il Tevere come spazio pubblico.
Il dato più sorprendente resta quello del presente. Nel 2024 il Tevere raggiunge i migliori valori chimici dell’intera serie storica, ma lo stato ecologico resta scarso, con l’E.coli oltre i limiti di balneabilità nel 79,8% dei campioni urbani. Un fiume chimicamente più pulito che è ancora biologicamente compromesso: la distanza tra questi due dati racconta un secolo di trasformazioni che nessun depuratore può riparare da solo.
Nell'opera sull'Arno il sistema cromatico si ispirava alla Ruota delle Emozioni di Plutchik; per il Tevere hai scelto il Circumplex Model of Affect di Russell, dove la salute dell'ecosistema determina il colore e l'attivazione biologica la temperatura. Perché questo cambio di modello?
Ho deciso di rendere più complessa la colorazione, con un colore primario e uno secondario collegati rispettivamente allo stato idrologico e allo stato qualitativo del fiume. Avevo bisogno di un modello più articolato di quello usato per l’Arno, e mi sono affidato al Circumplex Model of Affect di Russell.
Il funzionamento è semplice nella sua logica: il modello mette in relazione due assi, la salute dell’ecosistema e il livello di attivazione biologica. Il primo asse determina il colore principale, che si sposta dal verde di un fiume in salute fino al blu di condizioni più critiche, passando per giallo e rosso. Il secondo asse determina un colore secondario che accompagna il primo, così da restituire non solo lo stato del fiume ma anche quanto quello stato sia vivo, reattivo, biologicamente attivo. Il risultato è una palette che cambia in tempo reale seguendo esattamente ciò che i dati raccontano.
Nel tuo lavoro sull'Arno parlavi di "ragione calcolatrice" e "ragione speculativa": il dato che viene prima decodificato e poi trasfigurato dall'intelligenza artificiale. Questo doppio movimento si ritrova anche in Invisible Ecologies: Tevere?
In questo lavoro ho dato più peso alla ragione calcolatrice rispetto a quella speculativa, aggiungendo però un layer emotivo più forte: quello della relazione tra la popolazione romana e il fiume. Racconto gli eventi più significativi che hanno attraversato la storia del Tevere e dei romani dal 1900 a oggi, unendoli allo stato idrologico e qualitativo del fiume misurato nello stesso periodo.
Nella seconda parte dell’opera mostro l’ecosistema che vive nel fiume e l’importanza dei microrganismi che rendono possibile la vita in acqua. Li rappresento attraverso il mio stile visivo, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, raccontandone le caratteristiche e il ruolo che hanno per l’ecosistema.
Definisci il fiume come "corpo vivo che racconta la propria storia attraverso i numeri". Cosa significa, in pratica, tradurre un dato scientifico in un linguaggio percettivo prima ancora che analitico?
Significa mettersi nel mezzo, tra gli scienziati e il pubblico, mediare tra due linguaggi distanti. Significa spingere il pubblico verso la scienza attraverso un approccio emotivo, creare un impatto, attrarre l’attenzione, generare emozioni intorno ai temi dell’ecosistema.
Attraverso i dati e i numeri cerco di far provare sensazioni concrete, per poi portare il pubblico a interessarsi e a informarsi da chi questi temi li tratta in modo approfondito e lavora su questo ogni giorno. L’opera è una soglia, non una risposta definitiva: apre una porta verso la conoscenza scientifica, la attraversa chi vuole andare oltre.
Videocittà Watercult ha dedicato l'intera edizione all'acqua. Cosa ha significato presentare in anteprima assoluta un'opera sul Tevere proprio dentro quel contesto tematico?
È stato un onore esporre tra artisti così bravi e importanti, ed essere chiamato da Videocittà, una realtà molto importante nel nostro settore. È stato un piacere lavorare a stretto contatto con la direzione artistica e creativa del festival, che ha mostrato grande interesse per la mia ricerca, oltre a passione e professionalità nella gestione di una realtà così importante.
Per quanto riguarda il contesto tematico, la mia ricerca lavora esattamente su questo: mostrare e sensibilizzare attraverso l’opera sui temi dell’acqua e dell’ecosistema.
Hai parlato spesso della necessità di uscire dalla visione antropocentrica che sta portando l'ecosistema al collasso. Come pensi che un pubblico non specializzato possa arrivare a questo cambio di sguardo attraverso un'installazione immersiva?
Spero di poter dare un primo input, mettere una pulce nell’orecchio, instillare un dubbio. L’ecosistema va verso il collasso e non vedo altre soluzioni se non cambiare l’approccio individuale e collettivo alla società e all’ecosistema. Non bastano più le cannucce di carta o la raccolta differenziata: serve un cambio di paradigma a livello comportamentale, che esca dal consumismo e dall’individualismo. Servono più comunità, più socialità, più cura dell’altro e dell’ecosistema.
Viviamo in un periodo in cui una persona nasce per consumare, competere, combattere, spesso senza curarsi dell’effetto che tutto questo ha sugli altri, anche lontani, e sull’ecosistema. Attraverso i miei lavori cerco di creare empatia e sensibilità, oggi verso l’ecosistema, un domani mi piacerebbe farlo anche su temi sociali.
L'intelligenza artificiale generativa è centrale nel tuo lavoro. Che responsabilità comporta usarla per rappresentare la natura e temi ambientali così urgenti?
La responsabilità principale è non lasciare che l’intelligenza artificiale generi contenuti scollegati dalla realtà scientifica. Il dato di partenza deve restare vero, verificato, tracciabile fino alla fonte scientifica. L’AI può aiutare a trasfigurare il dato in immagine, in emozione, in linguaggio percettivo, ma non può sostituirsi alla ricerca.
Usare l’AI per raccontare la natura significa avere ancora più cura nel distinguere cosa è ricerca reale e cosa è estetica generata. Il rischio è produrre immagini suggestive di un ecosistema che non esiste davvero. Il mio compito è usare l’intelligenza artificiale come strumento di traduzione visiva, non come sostituto della scienza.
Dopo l'Arno e il Tevere, immagini di continuare questa mappatura fiume per fiume? C'è già un prossimo corso d'acqua nella tua ricerca?
Mi piacerebbe continuare con altri fiumi e con altre comunità di persone. Ho ricevuto moltissimi feedback positivi dal pubblico romano, e mi piacerebbe provare a instaurare un rapporto con altre comunità e altre popolazioni, portando questo briciolo di sensibilità ovunque sia possibile.
Al tempo stesso non mi vedo legato solo ai fiumi. Il mio è soprattutto un approccio, un metodo per tradurre dati ambientali in esperienza sensibile, e vorrei applicarlo ad altre facce della crisi ecologica: terremoti, incendi e la lunga lista di fenomeni che raccontano la fragilità dell’ecosistema in cui viviamo. Ogni fenomeno ha i suoi dati, la sua storia, la sua comunità di persone che lo vive sulla pelle: è lì che vorrei portare lo stesso lavoro di traduzione e di ascolto.
Spero che tutto questo possa contribuire, insieme a tante cose più importanti della mia, a un cambiamento collettivo.
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