Abbiamo letto Mostri di Claire Dederer: “un libro sui cuori spezzati”

È giusto distinguere le vite degli artisti dalle loro opere? Claire Dederer ha affrontato il tema nel 2024, riaccendendo un dibattito sempre attuale a cui è difficile rispondere con fermezza

Il 10 marzo 1977 il regista polacco Roman Polanski violentò una ragazzina di tredici anni, Samantha Gailey, nella casa dell’amico e collega Jack Nicholson, sulle colline di Hollywood. È a partire da questo dato – oggettivo, provato, confessato – che nasce il “problema” di Claire Dederer: il problema di amare le opere di uomini orribili. 

Cosa fare di Woody Allen, che gira Io e Annie ma va a letto con la figlia adolescente della compagna Mia Farrow? E di Pablo Picasso, che ribalta le regole della pittura contemporanea mentre umilia tutte le donne con cui ha una storia, distinguendole – con scarsissima originalità – tra “dee e zerbini”? Cosa fare di Ernest Hemingway, “la cui macchia era una mascolinità rozza e disinvolta”, mentre vince il Nobel per Il vecchio e il mare? 

Nel suo libro Mostri. Distinguere o non distinguere le vite dalle opere: il tormento dei fan – pubblicato in Italia nel 2024 da Altrecose – Claire Dederer si rende conto che il modo migliore per affrontare il dilemma che la attanaglia non è con il pensiero, ma con il sentimento. “Io non affronto la questione con freddezza o imparzialità, ma da persona che partecipa dei sentimenti di chi accusa. Sono io che accuso. Eppure non voglio rinunciare all’arte. […] Non voglio perdermi niente”. Non nega il dolore di provare amore per un’opera figlia di un mostro, ma non accetta di fingere che quell’amore sia sbagliato: non servirebbe a niente e non risolverebbe il problema.

Sylvia Plath, “sitting sideways to the camera”, 1963, ph. Giovanni Giovannetti/Grazia Neri

CHE COS’È IL “GENIO”?

Piuttosto, Dederer si interroga su cosa stia alla base del concetto di “genio”, caratteristica che nel nostro immaginario occidentale spesso concede al mostro di fare e dire ciò che vuole. Il genio è un individuo speciale, quasi divino, a cui è permesso essere libero a scapito degli altri, la cui libertà va tutelata ad ogni costo per consentirgli di esercitare la propria genialità senza costrizioni: “Quando si tratta di calcolare il rapporto tra la grandezza dell’opera e la malvagità dell’atto, la parola ‘genio’ rompe la calcolatrice”. Continuiamo ad esempio a chiamare genio Quentin Tarantino che sul set di Kill Bill sottopone Uma Thurman a “una disumanizzazione mortale”. 

Il circolo dei geni è fortemente esclusivo e “con criteri di ammissione […] che non sempre hanno a che fare con l’opera”. L’aura sacrale che circonda Picasso – “possente, libero, donnaiolo, virile, crudele, sessuale” – non sfiora nemmeno Marcel Duchamp, fautore di una rivoluzione pari se non più ampia di quella del collega Pablito, eppure meno meritevole della tessera del Club dei Geni. Perché? “Perché non abitava quell’ideale sensuale e altamente commerciale di libertà”. Ci siamo forse abituati a vedere il genio proprio in colui che non ha considerazione dell’altro, che non si pone limiti? Il genio deve necessariamente coincidere con il mostro? Una cosa è certa: i geni, nel nostro immaginario viziato, sono sempre uomini.

CHE FARE DI NABOKOV?

Il caso Nabokov è diverso. Autore di una storia analitica e precisa sull’annientamento di una ragazzina da parte del suo predatore pedofilo, Nabokov non risulta aver mai stuprato nessuno, tantomeno una bambina. Tuttavia, osserva Dederer in uno dei capitoli più profondi di Mostri, “solo mettendosi nei panni di una persona capace di quegli impulsi poté scrivere ‘Lolita’”, che non è un racconto ma il diario in prima persona che registra le storture di una mente pedofila. È dunque verosimile pensare che Nabokov abbia provato certi stimoli, riconosciuto certi desideri, e che di fronte all’inquietudine abbia fatto ciò che più di tutto contraddistingue un grande scrittore: “affrontare la cosa più orribile che si ha in sé, invece di starne alla larga”. Nabokov non commette l’atto (non ne abbiamo le prove) e non uccide il presunto desiderio: ne scrive, in profondità e senza sconti. Attraverso un “saccheggio del proprio io” – scavando, analizzando, in qualche modo autodenunciandosi – Nabokov “respinse la formula secondo cui il genio merita una dispensa”. 

Pablo Picasso di fronte al suo dipinto The Aficionado (Kunstmuseum Basel) a Villa les Clochettes, Sorgues, Francia, estate 1912, ph. anonima

LA DONNA MOSTRO E LA SUA MACCHIA

Se i geni sono sempre uomini, vale lo stesso per i mostri? Chi sono le grandi artiste che hanno compiuto atti orribili e di quali atti orribili si macchiano le grandi artiste? Né stupri né assassinii: le donne mostruose abbandonano i figli. La donna mostruosa è Doris Lessing che lasciò la prole per andare a Londra a fare la scrittrice; è Sylvia Plath che, dopo aver scritto di voler “mangiare gli uomini come l’aria”, rese i figli orfani infilando la testa nel forno e inalando monossido di carbonio. I figli sono un ostacolo alla creatività – come lo è ogni distrazione, impegno, responsabilità – e se per i padri abbandonarli è sempre stata un’opzione percorribile ed essenzialmente priva di conseguenze sulla reputazione, per le madri ha sempre rappresentato un “vivere o morire” della propria ambizione: “Quando quella parola è pronunciata da una donna, nella migliore delle ipotesi è considerata espressione di arroganza, nel peggiore di pura follia”. La vera follia, e dunque il vero mostro, non è la cattiva madre, ma la donna ambiziosa, ovvero la donna libera. 

Possiamo dunque amare le opere dei mostri? Sì, possiamo, perché se ci facciamo caso i mostri sono ovunque. La mostruosità non è eccezionale, è tristemente banale. Forse è proprio questo che ci assolve, perché se dovessimo odiare l’arte prodotta dai mostri ci resterebbe ben poco da amare. Ed è infelice, certo, ma è anche profondamente umano. Possiamo separare l’opera dall’artista, il capolavoro dalla biografia, ma possiamo anche scegliere di non farlo se il nostro cuore è troppo spezzato. 

Dederer ci rassicura sul fatto che non sta a “noi” risolvere questo inghippo, che non c’è colpa nell’emozionarci di fronte a Guernica o guardando Manhattan. Il risultato è un’assoluzione sommaria, che fa tutt’altro che romanticizzare gli atti orribili di certe menti “geniali”, ma che neppure nega la complessità e la controversia di certi amori. 

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Marianna Reggiani
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