Il lavoro della cultura “da dentro”: parola a Valeria Loddo

Un incontro informale nel cuore di Dorsoduro diventa l’occasione per riflettere sulla professione culturale a Venezia. Valeria Loddo, direttrice artistica della Fondazione Potenza Tamini, delinea le sfide di un’istituzione radicata nel territorio e proiettata verso il futuro attraverso nuove produzioni multidisciplinari.

Niente ricette per farsi strada nel mondo dell’arte. Solo il racconto di chi, giorno dopo giorno, prova a farlo funzionare. Valeria Loddo non ama le definizioni statiche: se le si chiede di descriversi, preferisce parlare di “fatica”, di “bottega” e di quella combinazione di pragmatismo e visione necessaria per preservare e far evolvere l’arte in una città complessa come Venezia. 

Ci siamo incontrate in un bacaro defilato, a pochi passi dalla Fondazione. Nessun formalismo, soltanto il profumo di un piatto di polpette calde sul bancone di legno. Un contesto informale, forse proprio per questo adatto a raccontare una figura che ha fatto della concretezza del lavoro una parte essenziale della propria pratica.

A Venezia, del resto, basta allontanarsi di pochi passi dai flussi del turismo per ritrovare un’altra città, quella del lavoro e della materia. È questa la dimensione in cui Valeria si muove quotidianamente, tra la cura della pratica artistica e la gestione di un’istituzione culturale in crescita. Non una figura curatoriale distante, ma una professionista impegnata a tenere insieme memoria e presente, restando ancorati alla concretezza dello studio d’artista, senza rinunciare alla necessità di immaginare il futuro.

Sede della Fondazione Potenza Tamini, Dorsoduro 1450, Venezia
Dopo la laurea a Ca' Foscari sei volata a Londra per lavorare in una grande azienda, ma poi Venezia ti ha richiamata. Nel 2016 sei entrata nello studio del maestro Gianmaria Potenza. Cosa ti ha riportata qui?

Londra mi piaceva moltissimo, ma Venezia mi mancava. Un mio vecchio collega di università lavorava con il Maestro e mi ha contattata, voleva andare a Londra e io volevo tornare a Venezia. Da lì a qualche mese è successo tutto. 

Quando sono rientrata e ho iniziato a seguire il Maestro nelle attività del suo studio, la Fondazione non era ancora nei nostri pensieri. All’inizio l’avevo immaginato come qualcosa di temporaneo, ma stando dentro una realtà così piccola e particolare ti accorgi subito delle opportunità. La dimensione dello studio d’artista, intesa proprio come bottega tradizionale e non come lo “studio d’artista culturale” a cui siamo abituati oggi, è qualcosa che ti riporta indietro nel tempo. È un ambiente che unisce perfettamente i miei studi in architettura e gestione culturale. Nelle gallerie tradizionali spesso non si riesce a trovare questa autenticità; qui invece resiste ancora un’atmosfera diversa, non puramente commerciale o da vetrina.

Oggi Venezia è spesso raccontata proprio come una città-vetrina. In questo contesto, come si posiziona la Fondazione? È una forma di resistenza?

Sì, è assolutamente una resistenza. A Venezia arrivano continuamente realtà esterne con patrimoni immensi e possibilità che noi, piccoli come siamo, non possiamo permetterci. La nostra grande forza, però, è il radicamento profondo nella storia e nel tessuto della città, un elemento che è scritto chiaramente anche nel nostro statuto.

La sfida della Fondazione è proprio questa: essere un punto di riferimento che offre cultura da dentro Venezia, e non da fuori. Ma per fare questo non possiamo limitarci a guardare al passato. È fondamentale, ovviamente, coinvolgere le nuove generazioni, altrimenti non ha alcun senso ragionare in termini di futuro.

Valeria Loddo, Fondazione Potenza Tamini, Dorsoduro 1450, Venezia
Venezia soffre di una diaspora costante di residenti, di precariato nel settore culturale e di una crisi abitativa enorme che rende difficile per i giovani restare. In che modo un'istituzione artistica può assumersi responsabilità di fronte a tutto questo?

La prima responsabilità di una fondazione oggi è vedere i giovani. La Fondazione nasce con questo concetto intrinseco, nella consapevolezza che sia una condizione necessaria per il futuro. Insieme possiamo aggiungere qualcosa a quello che questa città ha ancora da dire. Per noi “giovane” vuol dire tante cose, deve significare prima di tutto creatività, accoglienza di idee e apertura a un senso molto ampio di dialogo con il presente e con quello che ci può portare. Non possiamo ignorare le realtà artistiche coerenti che faticano a trovare spazio mentre le istituzioni preferiscono attingere a circuiti esterni già riconosciuti. Noi vogliamo intercettarli, dialogare con loro senza porci su un piedistallo con l’atteggiamento paternalistico del “siete fortunati a lavorare con noi”. Diciamo piuttosto “facciamo qualcosa insieme”, costruiamo una narrazione nuova per questa città. Se non c’è residenzialità non può esserci vita, e se non c’è vita anche chi lavora nei ruoli non apicali della cultura soffre il precariato e l’instabilità, portando a continui ricambi di personale. Noi vogliamo essere un luogo dove le persone restano e costruiscono. Partiamo da Venezia, lavorando qui sul campo, con l’ambizione un domani di aprirci a un respiro internazionale. 

Questo impegno verso i giovani si traduce di fatto in iniziative concrete. Dopo il bando Musicare l’arte, avete lanciato il bando Poetare l'arte di Gianmaria Potenza e ora questa collaborazione performativa per la mostra Gianmaria Potenza. Io, Venezia a Ca' Pesaro. Ci racconti come si sta evolvendo questa visione multidisciplinare e come si intreccia con il tuo impegno concreto nel quotidiano?

In occasione della mostra a Ca’ Pesaro, abbiamo invitato Emily Heather Manica, un’artista italo-inglese classe 2003. Si tratta di un progetto che nasce proprio da una delle proposte arrivate al concorso di musica dell’anno scorso. Emily non aveva vinto, ma aveva ottenuto uno dei punteggi più alti. Io non ero in giuria, ma ero rimasta colpita dalla sensibilità con cui aveva sviluppato l’idea, così l’ho ricontattata per proporle una collaborazione con noi su un terreno prettamente performativo e corporeo.

Per noi è una grandissima soddisfazione, perché significa che i nostri progetti continuano nel tempo. Abbiamo esplorato fotografia, musica, poesia, danza: l’idea è cercare qualcosa che mischi e sperimenti sempre di più. C’è un lavoro enorme sullo studio, sulla materia, su quello che succede qui dentro, anche perché l’atelier è una realtà miracolosamente ancora intatta e viva.

Nel quotidiano, questo si intreccia con una routine intensissima. Da una parte seguo le attività dello studio del Maestro, che è assolutamente attivo: mi occupo della parte progettuale quando le opere nascono per spazi specifici, dai disegni tecnici fino ai modelli 3D. Dall’altra c’è la gestione della Fondazione, dove devo costantemente fare i conti con quello che, dal punto di vista gestionale e finanziario, si può o non si può fare.

Gianmaria Potenza, “Piatti”, 1955, archivio Fondazione Potenza Tamini, Dorsoduro 1450, Venezia
Spesso il lavoro culturale viene idealizzato, ma tu descrivi giornate intensissime: entri in studio alle otto del mattino ed esci alle sei di sera.

Ci vuole tanta motivazione e, se ci penso, anche tanta fatica per essere ascoltata. Fatica anche solo per farmi ascoltare e proporre dei “si può fare anche così” rispetto al classico “si è sempre fatto così“, per dare un po’ l’impronta giovane. Sapevo a cosa andavo incontro: oggi lavoro tantissimo, entro presto ed esco tardi si, è dura. Ma Gianmaria Potenza è un uomo straordinariamente curioso.

Come si lavora a stretto contatto con un Maestro classe 1936?

[Sorride] Litigare è decisamente la nostra attività preferita, ci piace un sacco! Portare un artista con una storia importantissima alle spalle verso nuove traiettorie non è affatto semplice. Grazie a questo confronto quotidiano sono cresciuta molto.

Se guardi al futuro, ti vedi ancora legata a questa realtà? C'è il desiderio di esplorare anche progetti interamente tuoi?

In questo momento sento la Fondazione come una mia creatura, quindi il legame è fortissimo. Certo, in futuro mi piacerebbe anche uscire un po’ da questa dimensione per sviluppare progetti personali all’esterno, ma non vedo le due cose in contrapposizione; anzi, penso che possano arricchirsi a vicenda. Per ora, la sfida è consolidare la struttura gestionale della Fondazione per farla “diventare grande“, traghettandola definitivamente da studio d’artista a istituzione adulta e indipendente.

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Caterina Rachele Rossi
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