Al MACRO di Roma, la retrospettiva di Miriam Cahn raccoglie oltre 130 opere organizzate tematicamente. Il percorso evidenzia una ricerca figurativa, gestuale e politica che indaga corpo, femminilità, famiglia e violenza, con forte intensità emotiva.
È un arioso e sofisticato allestimento ad accogliere il visitatore della retrospettiva di Miriam Cahn Ciò che mi guarda, ospitata al Macro di Roma fino a metà novembre. La mostra, curata da Cristiana Perrella, raccoglie nel grande spazio al piano terreno del museo oltre centotrenta opere dell’artista svizzera su carta, tela e tavola. I lavori sono collocati sulle pareti perimetrali della sala e all’interno di due poligoni a isola, disposti opportunamente nello spazio per frazionare l’ampia e monolitica volumetria, e conferire un ritmo visivo più cadenzato all’esperienza di visione. Il progetto, realizzato da Didier Fiúza Faustino // Bureau des Mésarchitectures, stimola così lo spettatore ad attivarsi fisicamente deambulando negli spazi, alternando in questo modo prospettiva d’insieme, che consente di avere la percezione delle serie e della densità visiva dei nuclei di opere (disposte su più registri), a focus sui singoli lavori che possono essere apprezzati avvicinandosi ai muri.
LA PERSONALE DI MIRIAM CAHN AL MACRO DI ROMA
L’esperienza diventa in questo modo un continuo alternarsi tra gruppo e individuo, tra visione del molteplice sotteso a ogni serie e lettura dell’elemento particolare che ne è parte costitutiva. Tale soluzione allestitiva restituisce sia il modus operandi dell’artista, che l’approccio curatoriale adottato. Al contrario di quanto capita nella maggior parte delle retrospettive, non è la cronologia a definire l’ordine dei lavori e il percorso di visita: le opere sono raggruppate tematicamente e distribuite in maniera libera e ariosa, assecondando la tendenza dell’artista a sviluppare la propria ricerca in serie ‘aperte’, i cui tempi di realizzazione spaziano spesso ben oltre un decennio. Il contenuto emotivo, il concetto o l’obiettivo politico da cui sono ispirate le serie di lavori non sono però solo il criterio tassonomico del display espositivo, ma coincidono con gli elementi generativi delle opere. Ciò che mi guarda è così un racconto senza alcun vincolo di ordine stilistico-formale o che indichi in qualche modo un percorso evolutivo, quanto invece una narrazione saldamente costruita sulla forte personalità dell’artista, della quale alle pareti sono enucleati gruppi di lavoro affini, in cui il prima e il dopo non è significativo.
L’ARTE DI MIRIAM CAHN E LA RIFLESSIONE SULLA FEMMINILITÀ, SUL CORPO E SULLA GUERRA
I dipinti e i disegni di Miriam Cahn (Basilea, 1949), di matrice essenzialmente figurativa, sono intrisi di una forte carica introspettiva, alimentata da una potente analisi di ordine politico sulla femminilità, sul corpo umano, sulla famiglia, ma anche sulla violenza, l’immigrazione o la brutalità della guerra. La pittura dell’artista è fortemente gestuale e sintetica, ed è caratterizzata dall’uso di colori contrastanti spesso antirealistici e da pennellate che rivelano un approccio fortemente emotivo, a metà strada tra matrice espressionista, episodi surreali e art-brut. Ne sono un esempio vivido le due serie di carboncini su carta eisprungarbeit (“opera in ovulazione”) e L.I.S. verwandtschaften (“L.I.S. parentele”) realizzate negli anni Ottanta, collocate nella grande parete che accoglie il visitatore, che danno misura del grado di scavo nell’interiorità e nei meandri del corpo femminile. Corpo che smette di essere esclusivamente elemento individuale e diventa invece soggetto di interesse collettivo nella performance mein frau sein ist mein öffentlichster teil (“il mio essere donna è la parte più pubblica di me”), testimoniata da alcune fotografie, in cui Cahn ha dipinto illegalmente i pilastri della tangenziale di Basilea rivendicando quanto per la nostra società il corpo femminile sia – allora come ora – un vero e proprio campo di battaglia.
IL TEMA DELLA GUERRA NELLE OPERE DI MIRIAM CAHN
Gli acquerelli del ciclo atombombe (“bombe atomiche”), nato durante la prima Guerra del Golfo, e i lavori pittorici su diversi supporti HERUMLIEGEN (“stare sdraiato, stare sparso”), sviluppati in seguito alla scoperta del massacro di Bucha, raccontano due lati apparentemente in contraddizione dell’artista. Le prime opere sono fortemente esistenzialiste ma allo stesso tempo ironiche, e presentano un’estetica pop, con un tono apparentemente lisergico nel rappresentare gli aspetti cromatici della ricaduta radioattiva che segue un’esplosione nucleare; le seconde illustrano la degradazione delle vittime con tratti essenziali e antidescrittivi, in cui la tensione psicologica è determinata dalla totale assenza di empatia e da una totale e asettica reificazione della persona.
MIRIAM CAHN E LA FIGURA UMANA
La figura umana è anche al centro di familienraum, un ciclo di dipinti e lavori su carta raggruppato in uno dei nuclei espositivi, che l’artista ha composto tra la fine degli anni Novanta e il decennio successivo. In questi lavori Cahn ritrae i propri familiari in forma sintetica, contemporaneamente antirealistica e antidescrittiva, mescolando – senza filtro e con un linguaggio scarno e tagliente – quella difforme materia emotiva che spazia dai propri abissi interiori alle più anarchiche proiezioni psicologiche che costituiscono l’identità individuale e i legami più intimi. Il piacere, il dolore, l’amore, la memoria, la brutalità o la violenza bussano violentemente alla porta, che l’artista decide con coraggio di spalancare del tutto. Al visitatore, forse, spetta l’incombenza di richiuderla a chiave coi propri occhi.
LINK
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