Strange Fruits è il titolo della nuova personale dell’artista transdisciplinare Damiano Tata che inaugurerà il 2 ottobre allo spazio CIRCUIT di Mestre: una mostra che parte dal mondo vegetale per riflettere sull’impatto irreversibile delle azioni dell’essere umano. A parlarci meglio di questo progetto espositivo è l’artista stesso
Dopo il recente intervento di Federica Di Pietrantonio nello spazio mestrino, le porte di CIRCUIT si aprono nuovamente per accogliere la poetica di un altro artista: stiamo parlando di Damiano Tata.
Classe 1997, Tata vive a Roma dove si muove parallelamente tra la sfera della musica e quella delle arti visive portando avanti una ricerca che fa dell’ibridazione il suo punto di forza. Nella sua ricerca l’ambiguità si fa metafora di una condizione esistenziale che parte dalla positività di alcuni elementi per rivelare quegli aspetti inquietanti che spesso fanno parte della stessa medaglia.
In piena coerenza con il proprio percorso, la nuova mostra di Damiano Tata, Strange Fruits – a cura di Laura Cocciolillo –, prende in considerazione la fragilità di alcuni organi e organismi del regno vegetale (la pianta del silfio, il cocco di mare, e la banana) per restituire un ritratto contemporaneo delle conseguenze sociopolitiche di un certo tipo di sfruttamento. Il risultato è la realizzazione di opere ibride che diventano dispositivi atti a sviluppare una consapevolezza maggiore su alcune criticità del nostro tempo.
Ti definisci artista visivo e compositore musicale. Ci parli un po' della tua formazione? Nel tuo percorso è arrivata prima la musica o l’immagine?
Tecnicamente ho una formazione legata all’immagine, perché ho studiato pittura all’Accademia di Belle Arti di Roma – anche se, da prima dell’Accademia, componevo musica e scrivevo dei piccoli dischi sotto pseudonimo. Gradualmente poi ho unito le due cose, rendendomi conto anche che paradossalmente quello che suonavo veniva apprezzato di più in galleria che negli spazi dove di solito si va a fruire della musica (soprattutto perché il mio approccio strizza l’occhio tanto all’avanguardia musicale quanto a tipologie d’ascolto più immersive come il deep listening). Portare l’ascolto all’interno dello spazio della galleria è poi per me anche una maniera per rendere più completa l’esperienza in galleria: un modo per intenderla come uno spazio da vivere. Quest’ultima è una cosa alla quale tengo molto, e che sto tentando di sviluppare progetto per progetto, anche in questo caso.
Quando hai capito che entrambe le discipline potevano convergere in una ricerca unica?
Da quando ho capito che in galleria il quadro non riceveva magari l’attenzione che volevo. In generale il mio interesse è sempre stato più orientato verso le opere temporali e quindi sì, qualche anno fa a un certo punto ho capito che l’esperienza in galleria come artista visivo non mi soddisfaceva, e che da musicista l’esperienza nella sala da concerto, nel centro sociale o nella discoteca neppure mi soddisfaceva; quindi ho tentato di portarle entrambe all’interno di un contesto un po’ più intimo, un po’ più – se vogliamo – “ricercato” a livello di pubblico. Questo compromesso mi soddisfa molto perché mi consente anche di trasformare un po’ la galleria in uno spazio di fruizione radicale. È questa la ragione, il modo in cui è successo. Sostanzialmente non andava abbastanza bene da nessuna delle due parti ma unendo le due cose ho trovato un po’ il modo di concentrare anche le mie competenze all’interno di un “prodotto singolo” che poi è il tipo di lavoro che porto in galleria, e in altri spazi, da un po’ di tempo.
Nella tua pratica l’elemento organico e quello tecnologico convivono spesso insieme dando vita a un dispositivo unico e ibrido che, di fatto, riflette inevitabilmente la mutabilità del nostro tempo. Ma forse, a pensarci bene, la natura e le scoperte tecnologiche sono sempre andate di pari passo e, probabilmente, la storia non fa altro che cambiare e ripetersi allo stesso tempo. Cosa ne pensi di questo paradosso?
All’interno della mia ricerca tratto la tecnologia e la natura nello stesso modo, nel senso che la natura ispira la tecnologia da sempre e, senza quest’ultima, probabilmente di tecnologia non ne avremmo. È chiaro che poi preferisco realizzare sistemi di vario genere (che possono coinvolgere anche elementi naturali), che però possono essere d’aiuto per farci porre delle domande rispetto a com’è il mondo – a come funziona il mondo – e al fatto che le cose non sono “così e basta”, ma che si muovono all’interno di un sistema più ampio. Le cose quindi cambiano rispetto a come questo sistema varia al suo interno, e a volte queste cose non sono neanche predicibili.
Tra i frutti e le piante che hai selezionato per la mostra da CIRCUIT, il silfio e la banana sono sicuramente quelli più emblematici dello sfruttamento da parte dell’uomo. Se la prima ha finito per estinguersi a causa di speculazioni eccessive, il frutto della banana è stato invece così tanto manipolato nel corso del tempo da aver assunto anche una forma completamente diversa dall’originale…
Chiaramente tutto parte da questo, alla fine della storia, ma ti dirò che anche il cocco di mare è invero un seme molto, molto sfruttato e confinato all’interno delle isole Seychelles, nonché una delle piante più sorvegliate al mondo (senza che ce ne sia poi una vera ragione, perché non è una pianta di origine di tipo farmaceutico – come ad esempio il papavero da oppio, che sta lì e chiaramente le persone lo vogliono rubare). È una pianta che è semplicemente molto bella da vedersi.
Della banana invece trovo anche interessante il fatto che sia un frutto associato molto spesso a qualcosa di goliardico o di frivolo che nasconde invece dei lati molto oscuri, come ad esempio le cosiddette “Banana Wars”, ovvero quei veri e propri conflitti commerciali che tra la fine del 1800 e fino agli anni ’30 del Novecento hanno interessato territori come Panama, le Honduras, Cuba, Haiti, il Nicaragua e la Repubblica Dominicana. L’opera in progress che stai realizzando, Standard fruits not ready to be funny, parla anche di queste problematiche?
Certamente sì, la mostra in generale tratta in qualche modo anche questi temi che saranno presenti all’interno dei film. L’opera che hai citato, Standard Fruits, Not Ready to Be Funny, è un sottotitolo per una scultura sonora che materialmente non dice tanto nonostante sia un dispositivo nautico. Ah, in tutto ciò quelle in mostra non sono propriamente banane ma platani. Anche su questo in realtà ho voluto creare un po’ di ambiguità perché poi sono piante della stessa famiglia. Nel film, che ormai ho praticamente concluso, saranno presenti anche figure umane che sono poi quelle vicine alle piantagioni di banani. Nonostante non venga chiarito il luogo, succederanno delle cose che si riconnettono poi ad alcuni degli eventi che si sono presentati tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento rispetto poi a queste coltivazioni che tra l’altro, ad oggi, sono in uno stato di grandissima crisi. Ma il film è fantascienza, prende ispirazione dai fatti reali ma non vuole – e non può – essere di natura documentaristica.
Cosa ne pensi della preservazione delle biodiversità e delle monocolture?
Penso che la biodiversità sia la salvezza del mondo (della natura in generale e delle monoculture in particolare). E penso che un signore chiamato Adolf Hitler voleva fare con gli umani la stessa cosa che facciamo noi con le monocolture, e non è andata proprio benissimo. È la diversità ciò che porta avanti il mondo, che porta avanti l’evoluzione. Senza quest’ultima ci estingueremmo subito. Quindi che cosa penso della preservazione delle biodiversità? Penso che le biodiversità siano forme essenziali di convivenza con l’ecosistema e di modi di far parte del sistema “natura”, del sistema “Pianeta Terra” sul quale viviamo pure noi. Spesso tendiamo a vederci come qualcosa di separato alla natura – l’uomo contro la natura, l’uomo e la donna contro la natura, etc. – ma in realtà non è così: noi facciamo parte della natura. C’è stato tanto pensiero rispetto al voler separare l’essere umano dalla natura (perché questa a volte ci è ostile, ma anche semplicemente perché il nostro rapporto con la natura non è sempre positivo). Al contempo, la domesticazione di piante è anche una delle cose che ha portato all’insorgere di tutta una serie di malattie. Ovviamente, in natura non si può essere nomadi, raccoglitori per sempre: non è una cosa fattibile. Per centinaia di migliaia di anni siamo stati cacciatori-raccoglitori, a un certo punto siamo dovuti diventare stanziali per forza di cose. Tuttavia, piantare soltanto un esemplare di banana (che è il clone della stessa banana che si ripete all’infinito in centinaia di Paesi diversi) non farà altro che aumentare le possibilità che cresca un fungo o qualcosa che lo possa uccidere. E da quel momento in poi tutti i cloni purtroppo moriranno della stessa malattia perché sono tutti lo stesso individuo. E se andiamo a vedere rispetto al grano, per esempio, la situazione è gravissima: delle sementi che le compagnie acquistano, cioè di cui le compagnie hanno il monopolio e che vendono ai coltivatori in maniera di tipo mafioso, sostanzialmente. È chiaro, queste qui poi sono delle scelte che si fanno per massimizzare il profitto per mantenere i monopoli però queste sono anche le scelte che stanno devastando poi il nostro pianeta impoverendone il suolo. Quindi sì, rispetto alla biodiversità, ma anche rispetto agli esseri umani, bisogna mischiarsi perché la creolizzazione è importante anche per abbattere le differenze.
Il tuo modo di vivere, e di alimentarti, è cambiato dopo tutte queste riflessioni? Per esempio, mangi ancora banane?
Se ho smesso di mangiarle? No, in realtà ho altri modi di agire eticamente all’interno della società. Primo tra tutti non avere la patente e utilizzare la bicicletta per spostarmi e tentare di avere un’impronta carbonica più bassa possibile. Non uso l’aeroplano e già questo per me è sufficiente. E sì, in realtà le banane Cavendish non mi piacciono, hanno tutte quante lo stesso sapore, sono tutte uguali; invece i platani – vai a vedere – sono sempre un po’ diversi tra di loro, è un po’ meno inquietante come cosa. Però purtroppo anche il platano è sensibile alla Fusarium Tropical Race 4 [una malattia devastante che si diffonde nel terreno a causa del fungo Fusarium oxysporum f. sp cubense Tropical Race 4, n.d.r.], quindi speriamo in realtà che non diventi troppo grave anche se ormai temo che siamo vicini a una certa forma di collasso.
Centrale, all’interno della mostra, è anche il concetto di “necropolitica”. Ce ne parli?
Il tema principale della mostra è la necropolitica in quanto funzione, in quanto diciamo argomento del quale ho deciso di trattare, anche se poi insomma si vedrà che io tendenzialmente non tratto mai le cose in maniera documentaristica, almeno non ancora, lo faccio in maniera trasversale e a volte anche intersezionale, come in questo caso che parlerò di forme di vita vegetali per tutta una serie di ragioni legati anche all’oggettificazione di alcuni tipi di corpi rispetto poi al loro sfruttamento.
Quale pensi che sia il valore dell’arte oggi, e cosa speri possa provocare nel visitatore la tua mostra?
Per quel che mi riguarda, è importantissimo che ciò che faccio sia raggiungibile da una fetta un po’ più ampia di pubblico dal momento che alcuni approcci artistici contemporanei sono sempre più distanti dal pubblico e sempre più vicini forse anche all’idea di creare degli status symbol piuttosto che creare valore. Penso comunque che la cosa più importante sia che il pubblico si ponga delle domande, che si metta in discussione in qualche modo. Quello che spero è che il pubblico alla fine si ponga delle domande che non siano semplicemente “Che cosa ho appena guardato?” ma che siano anche riflesse all’interno di sé stesso. In questo il suono gioca un ruolo essenziale, soprattutto quando si parla di cose che sono immateriali, che non possiamo toccare, che sono non locali, che sono disperse nell’atmosfera. E allora lì il suono entra in gioco con la sua abilità di convogliare il senso di un qualcosa che non è effettivamente tangibile. Quello che penso rispetto al mio lavoro specifico è che la presenza del suono, la presenza dell’opera di tipo temporale, e la presenza dello storytelling attraverso le immagini in movimento siano tutte cose molto importanti.
LINK
- Di ibridazioni, necropolitica e regno vegetale. Intervista a Damiano Tata - Settembre 18, 2026
- I fragili corpi digitali di Federica di Pietrantonio - Luglio 3, 2026
- Il senso della Biennale mentre il mondo brucia - Giugno 5, 2026




