La sfida delle gallerie italiane in un mercato sempre più incerto e ristretto

Il mercato dell’arte torna a crescere ma in Italia scompare la fascia media: fiere sempre più care, acquisti guidati dai social e il collezionista borghese che non compra più

Il 2025 è stato l’anno in cui il mercato dell’arte ha ripreso fiato. La decima edizione dell’Art Basel & UBS Global Art Market Report, curata da Clare McAndrew, registra vendite globali in crescita del 4%, a 59,6 miliardi: prima risalita dopo due anni di contrazione. Nello stesso periodo le gallerie che hanno aperto (42%) sono state più di quelle che hanno chiuso (25%).

Basta però scendere di un piano per accorgersi che la realtà non è così rosea. I compratori medi per galleria sono scesi a 57, con il calo più marcato tra le realtà sotto i 250mila dollari di fatturato, mentre solo l’11% degli artisti genera il 58% delle vendite. Il mercato cresce concentrandosi, e in Italia la concentrazione ha un effetto collaterale preciso: la fascia intermedia sta scomparendo. Il segnale più vistoso è arrivato dall’alto, con Pace e Gagosian che hanno chiuso sedi nell’ultimo anno, ma lo smottamento vero corre più in basso, dove lavora la quasi totalità delle gallerie italiane. Ne parliamo con un critico di mercato, due galleristi che lavorano su fronti opposti, e una giovane collezionista.

Giacomo Nicolella Maschietti, galleria BKV Fine Art, Milano, 2025, ph. Irene Tranchina

IL QUADRO E LA CUCINA

Giacomo Nicolella Maschietti segue il mercato dell’arte da vent’anni per Class CNBC e da gennaio dirige Collezione da Tiffany. Dei report annuali si fida fino a un certo punto – “sono stime fatte a telefonate, funziona come l’Auditel” – ma conferma il quadro generale che emerge dagli studi:  “Si lavora ancora decorosamente sopra il milione e sotto i 70mila. È molto più difficile vendere le opere da 100, 150, 200, 300mila euro”.

In mezzo, insomma, non c’è quasi più nessuno. La causa sta nelle abitudini prima che nei bilanci. “Mio nonno, quando comprava la casa, comprava anche la macchina e comprava il quadro: il quadro lo compravi così come acquistavi la cucina, era una cosa che dovevi avere. Adesso vedo tante case che invece il quadro non ce l’hanno”. La sintesi è impietosa: “La classe media sta sparendo, si sta creando una polarizzazione degli estremi”.

IL CONTO SALATO DI BASILEA

In fiera le cifre sono diventate brutali. “Quest’anno Basilea costava 250mila euro a gallerista, più o meno 150 di stand e 100 di spese. Con 250mila di spese devi fare almeno un milione di fatturato”, spiega Maschietti. L’ultima edizione non ha ripagato tutti: “Non si è visto un americano neanche per sbaglio, pochissimi italiani, il pubblico è andato in picchiata libera. Gallerie che due o tre anni fa facevano due o tre milioni di incasso quest’anno, se è andata bene, hanno fatto 500mila”.

A quel prezzo sopravvive chi “ha i piedi in più scarpe e in più mercati”: Galleria Continua, Massimo De Carlo, Lia Rumma, Tornabuoni spalmano il rischio su molte fiere e contano su una clientela alto spendente. Per gli altri, Basilea resta una scommessa rischiosa.

Francesca Cornacchini, “The void is practice”, galleria La Nuova Pesa, Roma, 2026, installation view, ph. Eleonora Cerri Pecorella

IL LUSSO DI NON VENDERE 

Alla Galleria dello Scudo, aperta a Verona nel 1968 e presente ad Art Basel da ventinove anni, la scommessa quest’anno è andata discretamente. Filippo Di Carlo, terza generazione della famiglia, dà alla stagione un “7 e mezzo, otto”: vendite inferiori all’anno precedente, buoni risultati su Accardi, Vedova, Dorazio e De Chirico. Il campanello d’allarme sta altrove. “Meno pubblico di collezionisti nei primi due giorni, quelli in cui si conclude la maggioranza delle operazioni. Pochi americani, perché l’interesse del collezionismo americano è attirato da Parigi, che ha molta più attrattività nel panorama mentale dei collezionisti”.

Sulla platea che non si allarga ha una risposta aritmetica: “Per comprare un’opera da 100mila euro, bisogna guadagnare almeno 400mila. Quante sono le persone che guadagnano quella cifra in Italia? Pochissime, esatto”. Chi tratta blue chip, come loro, vive poi un paradosso poco raccontato: vendere troppo è pericoloso quanto vendere poco. “Devi calcolare il tasso di sostituzione delle opere. Essendo finita la produzione degli artisti più importanti, devi vendere solo se hai un buon grado di certezza di sostituire l’opera con una della medesima qualità”. Alcune restano invendute per scelta: “Le usiamo come statement, fanno parte della collezione dell’azienda”.

Il calendario italiano lo convince poco. “Di fiere ce ne sono troppe, spesso uguali. Una volta ti permettevano di vendere o creare contatti, oggigiorno la gente passeggia nei corridoi. Nella maggior parte dei casi, non ne vale più la pena”.

LA SCOMPARSA DEL COLLEZIONISTA DI FASCIA MEDIA

Più a sud il problema cambia scala senza cambiare natura. La Nuova Pesa, istituzione romana attiva da oltre sessant’anni, è stata riaperta nel 1985 da Simona Marchini, che la tiene in piedi da quarant’anni: “Un grande impegno”, ammette il direttore Matteo Di Stefano, 32 anni. Dal suo osservatorio è cambiata la natura della domanda. “Resta il grande collezionista, ma quello della fascia media, che poteva acquistare, per cifre abbordabili, artisti a un punto di carriera già avviato, quelli che hanno iniziato tra la fine degli anni ‘70 e gli anni ‘80 per intenderci, è quasi scomparso”.

Insieme al collezionista è cambiata la collezione. “Sono spariti quei collezionisti bulimici: ho collezionisti che hanno venti, trenta opere dello stesso artista, acquistate negli anni. Oggi, invece, si compra l’opera dell’artista X, poi si cerca Y”. Pesano le case, sempre più piccole. E pesa, soprattutto, il modo in cui si scelgono le opere: “Prima il collezionista si affidava molto alla galleria di riferimento, che contribuiva a formare una collezione. Oggi c’è un acquisto un po’ più randomico, perché maggiormente influenzato dai social”.

Andrea Vittoria Giovannini, foto ritratto, ph. Massimiliano Tuveri

UNIRE LE FORZE PER SUPERARE LA CRISI

Una possibile soluzione Di Stefano l’ha già sperimentata: la collaborazione con altre gallerie. La mostra di Felix Kiessling, appena ospitata in galleria, è nata grazie alla sinergia con la galleria di Mario Iannelli, che segue l’artista in Italia. “Rispetto al mercato internazionale, in Italia ci si litiga la fetta di una torta sempre più piccola”. Nel contesto attuale si tratta di una scelta miope: “Quando fai le cose in due le opportunità aumentano e le forze si moltiplicano”.

Dall’altra parte del banco qualcosa si muove. Di Stefano indica Andrea Vittoria Giovannini come portabandiera dei collezionisti più curiosi e attenti. Lei condivide con noi il momento esatto in cui si è riconosciuta tale: “Un curatore mi guardò e mi chiese: ‘Tu collezioni?’. Risposi che mi piaceva circondarmi di cose belle. E lui: ‘Allora sei una collezionista’”. Il criterio nelle sue scelte resta l’emozione, con una clausola che va nella direzione opposta a quella dei flipper, chi compra per rivendere in fretta: con The Art Society sta avviando accordi con artisti emergenti che vincolano a non rivendere prima di cinque anni, nero su bianco. “Non amo gli acquisti veloci per marginare il prima possibile: non è giusto per il lavoro dell’artista e neanche per la collezione”.

Sull’anno prossimo Di Carlo non si sbilancia: “Non la vedo bene, per la situazione economica e geopolitica: bisogna stare bassi con le spese”. Nel frattempo le gallerie italiane continuano a cercare il pubblico che hanno perso.

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Alessandro Mancini
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