In quattro anni SUPER FRESH ha raccontato l’arte contemporanea italiana, facendo emergere le contraddizioni del mondo dell’arte tra precarietà, art-washing, inclusione e sostenibilità. Facciamo il punto su quanto emerso finora
In pochi sanno che SUPER FRESH, la rubrica che porto avanti da quattro anni su art-frame, ha sempre avuto un sottotitolo: I magnifici anni Venti.
E quasi nessuno saprà che non fu un caso se decisi di far coincidere la pubblicazione del primo articolo con il 28 ottobre 2022. Proprio in quel giorno cento anni prima, la Marcia su Roma aveva aperto uno dei capitoli più bui della storia italiana. Erano anni Venti anche quelli.
Avevo scelto consapevolmente quella coincidenza, perché volevo suggerire, almeno ai lettori più attenti, che ogni racconto del presente porta con sé le tracce del passato e che ogni apparente inizio prende forma all’interno di un contesto politico, economico e sociale che non possiamo ignorare. Quella data custodiva un’ombra, e SUPER FRESH nasceva anche sotto il suo peso.
Forse ogni secolo costruisce i propri anni Venti come un passaggio instabile. Quelli dell’Ottocento furono attraversati dai moti liberali e dalle prime fratture nell’ordine della Restaurazione. Quelli del Novecento furono “ruggenti” soltanto per alcuni: insieme alla cultura di massa produssero il ritorno all’ordine e l’avanzata dei totalitarismi. I nostri sono digitali, bellici, climatici, iperconnessi e caotici. Più che ripetersi, la storia sembra depositare strati: il passato resta sotto la superficie e riemerge quando meno ce lo aspettiamo.
QUATTRO ANNI DI “SUPER FRESH” E UNA GEOGRAFIA FATTA DI SCELTE
SUPER FRESH era nata come una selezione delle realtà più interessanti e “fresche” dell’arte contemporanea italiana. Uno spazio mensile dedicato a progetti, artisti e luoghi che, secondo me, meritavano di essere conosciuti. Pensavo di costruire una raccolta di incontri. Articolo dopo articolo, spazio dopo spazio, mi sono invece accorto che stavo tracciando una geografia imperfetta del mondo dell’arte di oggi.
Una geografia inevitabilmente parziale, fatta di scelte, occasioni, viaggi e incontri personali. Ma anche il ritratto di un mondo che difficilmente appare nelle grandi fiere, nei vernissage più affollati e negli eventi nei quali il sistema celebra sé stesso. Un mondo dell’arte diffuso, fragile, spesso periferico, costruito da persone che hanno trasformato le difficoltà di un’intera generazione nelle condizioni creative sulle quali fondare il proprio lavoro.
Gli spazi mancavano e allora sono stati inventati. Le risorse erano poche e sono diventate collaborazioni, reti, economie minime, occupazioni temporanee e formati espositivi adattabili. Gli artisti non trovavano chi li rappresentasse e hanno iniziato a rappresentarsi da soli. Curatori, divulgatori e organizzatori hanno sovrapposto ruoli, competenze e responsabilità per rendere possibili progetti che, altrimenti, non sarebbero mai esistiti.
È in questa capacità di reagire che ho riconosciuto, almeno inizialmente, la parte più “fresca” dell’arte italiana. Con il tempo, però, la fascinazione ha lasciato spazio a una domanda più scomoda: quanto di questa indipendenza è realmente una scelta e quanto, invece, è una necessità?
LE CONTRADDIZIONI DEL LAVORO NEL MONDO DELLA CULTURA
Dietro la libertà degli spazi indipendenti si nascondono spesso lavoro gratuito, instabilità e assenza di tutele. La stessa persona deve essere artista, curatore, tecnico, social media manager, amministratore e addetto stampa. Tutto viene svolto in nome di una visione, di una comunità o di una possibilità futura che non sempre arriva. Il rischio sembra quello di trasformare l’autosfruttamento in una virtù creativa e in una modalità lavorativa.
Contemporaneamente è cambiato anche il modo in cui l’arte si presenta. L’opera non è più soltanto un oggetto esposto, ma parte di un’esperienza complessiva. Entra nei festival, nelle aziende, nei club, negli alberghi, nei territori, nello sport, nella moda, nella ristorazione e nel turismo. Questo movimento ha permesso all’arte di incontrare pubblici nuovi e di uscire da luoghi percepiti, spesso ingiustamente, come distanti o inaccessibili.
Ma ogni apertura porta con sé una contraddizione. Questa contaminazione rende davvero l’arte più accessibile oppure la trasforma in una componente dell’intrattenimento e della comunicazione commerciale? Quanto spesso altri settori si appropriano del linguaggio, dell’autorevolezza e della capacità critica dell’arte per rendere più desiderabile un prodotto, un’impresa o un territorio?
Il rischio di quello che definirei art-washing non riguarda soltanto l’uso decorativo delle opere. Riguarda la possibilità che l’arte venga utilizzata per costruire reputazione senza modificare realmente le pratiche di chi la finanzia.
QUAL È LO STATO DEL MECENATISMO CONTEMPORANEO?
Durante questi anni sono stato invitato in luoghi meravigliosi, accolto in palazzi, tenute e dimore storiche, seduto a cene perfettamente organizzate. Ho incontrato aziende, fondazioni, collezionisti e soggetti privati capaci di produrre opere, sostenere artisti e creare occasioni professionali concrete. Sarebbe sbagliato negare il valore di queste esperienze. Ma proprio dentro quella bellezza iniziavano a salire alcuni dubbi.
Quando il sostegno pubblico è insufficiente, chi decide quale cultura meriti di essere finanziata?
Il nuovo mecenatismo può offrire risorse che le istituzioni non riescono più a garantire. Il finanziatore privato, però, non è mai neutrale. Sceglie artisti, linguaggi, temi e narrazioni compatibili con la propria identità. Ma allora, dove finisce la committenza e dove inizia il branding? È possibile parlare di piena libertà artistica quando l’opera diventa parte della reputazione di un’impresa? La crescita del mecenatismo privato integra l’intervento pubblico oppure ne normalizza progressivamente l’assenza?
Anche i temi affrontati da SUPER FRESH sono cambiati. Nel 2022 cercavo soprattutto innovazione, sperimentazione e nuovi spazi. Senza rendermene conto, ho iniziato a essere attratto da ricerche sempre più politiche. L’arte non appariva soltanto come uno spazio di libertà, ma come uno strumento di presa di posizione.
I TEMI DELL’ARTE CONTEMPORANEA OGGI
Ho incontrato progetti dedicati a sex worker, comunità queer, detenuti, migranti, animali salvati dal macello e territori marginalizzati. Il cambiamento non riguardava soltanto ciò che l’arte rappresentava, ma chi avesse finalmente il diritto di entrare nella rappresentazione.
Anche qui, però, il consenso iniziale non era sufficiente. Parlare degli esclusi significa davvero includerli? Oppure le loro esperienze rischiano di trasformarsi in un pozzo dal quale attingere temi, immagini e conflitti?
Noi osserviamo queste opere, riconosciamo l’urgenza delle questioni affrontate e spesso siamo già d’accordo con le loro posizioni. Ma che cosa facciamo dopo? Quanto riesce realmente a incidere una pratica artistica e quanto, invece, rischia di rassicurare chi la guarda, confermandogli di trovarsi dalla parte giusta?
Oggi all’arte sembra essere chiesto tutto. Deve essere esteticamente attraente, socialmente utile, ecologicamente responsabile, inclusiva, accessibile e politicamente consapevole. Ma quando l’urgenza politica diventa un requisito fondamentale e richiesto dalla maggioranza del pubblico, produce opere necessarie oppure solo opere prevedibili?
La stessa contraddizione attraversa la questione ambientale. L’arte denuncia la crisi climatica, riflette sul rapporto tra uomo, natura e altre specie, immagina nuovi modi di abitare il pianeta. Ma continua a essere parte di un sistema fondato su viaggi internazionali, grandi eventi, trasporto di opere, allestimenti temporanei e turismo culturale.
L’ARTE DEI TERRITORI AL MARGINE
SUPER FRESH ha provato anche a mostrare che la produzione culturale italiana non coincide esclusivamente con Milano, Torino, Roma e Venezia. In città più piccole, territori provinciali e luoghi considerati periferici esistono progetti, persone e ricerche da valorizzare, difendere e raccontare. Il territorio non è una periferia passiva in attesa di essere scoperta dal centro. È spesso il luogo nel quale si sperimentano relazioni e modelli che il centro non riesce più a produrre.
Infine, questo viaggio ha riportato continuamente davanti a me una questione che attraversa da anni il mio lavoro: l’indipendenza del giornalismo artistico.
Oggi la stessa persona può essere giornalista, curatore, consulente, divulgatore, membro di un board e organizzatore. Questa sovrapposizione permette una conoscenza profonda del sistema, ma rende sempre più fragili i confini tra informazione, promozione e relazione professionale. Può esistere una vera critica d’arte quando chi scrive dipende economicamente e professionalmente dalle stesse persone e istituzioni che dovrebbe criticare?
Il problema non si risolve proclamandosi indipendenti. Richiede trasparenza, consapevolezza e la disponibilità di mettere in discussione anche i contesti nei quali siamo coinvolti. Compreso questo.
Dal 2022 al 2026 il mondo dell’arte è diventato più aperto nei luoghi, più ibrido nei linguaggi e più consapevole delle questioni affrontate. Ma questa apertura non lo ha reso necessariamente più democratico. Dietro la libertà degli spazi indipendenti si nasconde spesso la fragilità economica; dietro il nuovo mecenatismo, il crescente potere dei privati; dietro la partecipazione al di fuori dei luoghi ufficiali, il rischio di utilizzare comunità e conflitti come materiali; dietro la moltiplicazione degli eventi, la difficoltà di ottenere attenzione.
SUPER FRESH era nata per raccontare ciò che appariva nuovo, vivo e necessario. Quattro anni dopo, quella selezione è diventata il racconto di un sistema e delle sue contraddizioni. Una geografia imperfetta della vitalità dell’arte italiana, ma anche del prezzo pagato da chi continua a produrla. Un progetto che non può fermarsi agli anni Venti e che sento la necessità di portare avanti come un osservatorio permanente sulle trasformazioni delle persone, delle ricerche e dei luoghi. Un viaggio da proseguire anno dopo anno, per provare a restituire attraverso le parole l’evoluzione di un mondo che cambia continuamente e che, ora dopo ora, appare già diverso da come lo avevamo raccontato.
LINK
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