Dal corpo allo schermo, dalla performance alla fotografia, l’artista austriaca ha attaccato su più fronti il sistema maschile dominante attraverso un linguaggio poliedrico quanto radicale. Dopo la sua scomparsa, avvenuta lo scorso 14 maggio, ripercorriamo l’opera pionieristica di una figura di riferimento per l’arte femminista in Europa e nel mondo.
Waltraud Lehner ha tredici anni quando scrive sul suo taccuino “In origine c’era la parola e la parola era un uomo”; ne ha diciotto quando si sposa e diventa madre e venti quando si trasferisce da Linz a Vienna per studiare arte; ne ha ventisette quando decide che il nome paterno non le appartiene più: nel 1967 nasce VALIE EXPORT, tutto maiuscolo. Un timbro, un brand, la ricostruzione di sé stessa.
LE RADICI NELL’AZIONISMO VIENNESE
Una ricerca che ruota attorno a corpo, parola e schermo, che nasce a Vienna accanto ai fratelli dell’Aktionismus e ai primi scioccanti esiti di una performance nata dai rigurgiti psicoanalitici freudiani e dal massacro del corpo di matrice schieliana. L’approccio anarchico e critico nei confronti dello Stato, il discorso politico, la crudezza del medium sono elementi vicini a EXPORT, unica donna a frequentare quella cerchia di rivoluzionari, ma questo non le basta. Si gira a ovest e guarda all’America e a New York, dove Yvonne Rainer e Carolee Schneemann rivoluzionavano la performance a partire dall’esperienza, dal corpo e dal vissuto femminile.
Si autoproclama “Feminist Actionist” e si getta nelle strade: in TAP and TOUCH CINEMA (1968) l’artista gira per Vienna con una scatola di polistirolo innestata sul petto nudo, con un’apertura nascosta da tendine, invitando il pubblico a inserire le mani e a toccarle il seno nudo. Il risultato è una proiezione cinematografica a porte chiuse, un cinema fatto di carne e mani che stringono. L’atto avviene per strada davanti a tutti, ma solo due persone sanno cosa accade all’interno della scatola. EXPORT l’ha definito “il primo vero film delle donne”, dove l’esperienza tattile del corpo femminile si sostituisce a quella ottica dell’immagine voyeuristica sul grande schermo. Il pubblico è sfidato a interagire con un corpo reale e consenziente, mentre sostiene lo sguardo dell’artista che sta di fronte senza parlare.
IL CORPO E IL SESSO FEMMINILE
Qualche mese più tardi, EXPORT entra in un cinema a Monaco indossando un paio di pantaloni con apertura sul cavallo, e mostra i genitali al pubblico mentre sfila tra i sedili. “Volevo scoprire cosa succede quando ci si lascia alle spalle questo modello voyeuristico e si mettono le persone di fronte alla realtà. Ma la verità è che se ne sono semplicemente andate. Questa è la cosa più interessante per me: le persone non vogliono vedere la realtà”. Genital Panic (1969) disintegrò l’immaginario maschile del sesso femminile, gettando luce sul controllo che il pubblico sentiva di dover esercitare sulla rappresentazione dei corpi nell’arte. L’indignazione non fu altro che paura, rifiuto, incapacità di confrontarsi con qualcosa di vero, carnale e disobbediente.
Sullo schermo, il sesso femminile è centrale in Mann & Frau & Animal (1973-84), tra gli esiti più radicali della ricerca di EXPORT. Il cortometraggio di otto minuti la ritrae in un atto di raccolto autoerotismo sotto la doccia: compare il sangue mestruale, l’orgasmo e primo piano che nulla ha a che vedere con l’utilizzo tipico dell’industria pornografica convenzionale. Se lo sguardo maschile opera per sottrazione – perché ci sono cose che non vuole vedere – nel video di EXPORT la sessualità femminile esplode senza riserve: mostra tutto con indomita intensità.
LA STRADA, LO SPAZIO, IL LINGUAGGIO
Come per gli Azionisti Viennesi, anche per EXPORT la strada ha rappresentato uno degli sfondi prediletti. È degli anni Settanta la serie fotografica Body Configurations, dove la vediamo farsi parte dell’asfalto, delle pareti, dei cordoli, dei marciapiedi. Linee nere e rosse si sovrappongono alle fotografie e la sua figura – stesa per terra, piegata in avanti, rannicchiata su sé stessa – prosegue le traiettorie strutturali degli elementi architettonici, creando dissonanza tra l’individuo e lo spazio abitato, costruito o ideologico. Il suo è un corpo che sta scomodo, un manifesto di dissenso politico, disagio collettivo, incompatibilità tra l’esperienza femminile e la narrazione dominante.
È questo che la sua intera opera ha contribuito a plasmare: l’impossibilità di costringere la soggettività femminile entro architetture maschili: “I nostri tentativi di coltivare un linguaggio artistico diretto e non controllato si basavano sull’idea che il linguaggio dominante fosse una forma di manipolazione. Il progetto era quello di aggirare queste forme di controllo sociale e sviluppare altre forme di linguaggio al di fuori del sistema dominato dagli uomini. Questa era la forza del corpo femminile: essere in grado di esprimersi direttamente e senza mediazioni”. Opere come Finger Poem (1968) e Syntagma (1983) affidano al corpo il compito di esprimere ciò che il linguaggio verbale non è in grado di contenere. Le mani, il gesto, l’intera sagoma si fanno vocaboli tecnici di un condizione frammentata, instabile, talvolta opaca, ma autentica: “Il corpo è il luogo, il centro psichico dell’evento” ha dichiarato.
Tra provocazione e annientamento dei tabù, la poetica di VALIE EXPORT parla il linguaggio dell’ironia e della rabbia primordiale dell’oppresso contro l’oppressore. Con occhio analitico ha studiato lo scorrere del tempo – che fluisce con la performance, si manipola con il video e si congela con la fotografia – e la scoperta è stata che per il corpo femminile il tempo scorre in modo diverso.
La pioniera dell’“Azionismo Femminista” ha lasciato un’eredità già raccolta da artiste come Cindy Sherman, Marina Abramovic, Rebecca Horn e Regina José Galindo, portavoci contemporanee di una soggettività femminile che non si limita a occupare spazio, ma che dello spazio si fa nuova misura partendo dal corpo, dal sesso, persino dal nome.
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