A Ca’ Tron, Ilya ed Emilia Kabakov trasformano oggetti quotidiani e memorie personali in un ritratto corale di Venezia. Diario veneziano raccoglie oltre settecento vite tra teche, parole e ricordi, interrogando il confine tra memoria, storia, identità e rappresentazione.
Il pavimento veneziano di gemme di pietra è teso sotto ai piedi come la membrana di un tamburo, cede appena sotto i passi ma non si crepa. È quella sensazione tipica dei palazzi veneziani in cui senti che il legno respira, mentre l’acqua è nelle pareti. Il pubblico entra a piccoli gruppi, attraversa il tappeto rosso steso con una solennità quasi fuori tempo, più da cerimonia che da mostra. ≪È per i veneziani≫, dice lei.
CA’ TRON E LA CITTÀ DENTRO LE TECHE
Siamo a Ca’ Tron. Sulle pareti, grandi dipinti storici. Pesanti, autorevoli, quasi immobili nel loro racconto già scritto. Ma è altrove che si deposita lo sguardo. Due file di teche in vetro, base marrone, disposte a spina di pesce. Un ordine che ricorda più un archivio che un’esposizione. Dentro, la città.
Una caraffa in vetro della Vetreria Gambaro e Poggi. La bandiera di una regata. Stivali di gomma accanto a delle ballerine. Biglie di vetro. Foglie di lampadari. Conterie. Scatole in latta di biscotti. Oggetti non da guardare, ma da riconoscere. È questo il Diario veneziano di Ilya Kabakov e Emilia Kabakov. Mettere in fila oggetti e parole e lasciare che siano loro a parlare.A Ca’ Tron, Ilya ed Emilia Kabakov trasformano oggetti quotidiani e memorie personali in un ritratto corale di Venezia. Diario veneziano raccoglie oltre settecento vite tra teche, parole e ricordi, interrogando il confine tra memoria, storia, identità e rappresentazione.
TRENTOTTO TECHE E PIÙ DI SETTECENTO VITE
A Ca’ Tron, il progetto trova il suo primo nucleo espositivo. Piano nobile, affaccio sul Canal Grande, una storia lunga secoli. È qui che le cose si fanno opera e vengono ascoltate.
Le teche sono trentotto. Dentro, più di settecento vite. Ogni partecipante ha lasciato una pagina di diario e un oggetto. Solo il nome di battesimo. Nessun cognome, nessun peso identitario o familiare. Una scelta semplice, che viene spiegata come tutela e come gesto di uguaglianza. Ma nella pratica produce altro, una sorta di sospensione. Non sai chi stai guardando. Non puoi collocarlo. Devi restare lì, in bilico tra ciò che guardi e il contesto.
La storia ordina, seleziona, stabilisce cosa resta e cosa sfugge. La memoria invece accumula. Tiene insieme cose che non dovrebbero necessariamente stare insieme. Una caraffa e un paio di stivali. Una bandiera e delle biglie. Non c’è scala. Non c’è gerarchia.
DIARIO VENEZIANO TRA GAND E VENEZIA
Il progetto nasce lontano, nel 1993, a Gand, ma sembra nato per questa città. Forse qui cambia anche un po’ natura, perché Venezia è una materia instabile. Un territorio che da anni viene raccontato un po’ come immagine, un po’ come luogo abitato. Diario veneziano prova a invertire questo movimento. Lascia affiorare il racconto senza banalizzarlo in storytelling.
Una parte del lavoro si sposta poi al Padiglione Venezia, ai Giardini della Biennale Arte 2026. La platea diventa internazionale, il pubblico cambia, ma il rischio resta lo stesso, che la memoria venga letta come racconto esotico, come folklore ordinato dentro una vetrina. E invece il punto sta proprio nella resistenza di questi oggetti a diventare rappresentazione.
Emilia ha occhi vivaci e sinceri. Ha lo sguardo grato di chi intuisce chi abbia intuito. Quando ti approcci a una lettura dei tarocchi il modo in cui il divinatore ti accoglie e ti guida determina la sincerità con cui ti accosterai alle carte. Con Emilia la sensazione è simile: è riuscita a dare l’ingaggio senza superbia e senza vanità. Questo terreno si è dimostrato fertile per la raccolta, e le ha dato un’inaspettata coerenza.
UNA CITTÀ FATTA DI INCONTRI E RICORDI
Quando si esce dal palazzo si ha una sensazione strana. Non sembra di aver visto una mostra. Sembra piuttosto di aver attraversato una città fatta di centinaia di incontri. Dove ciò che conta non è ciò che è stato deciso di ricordare, ma ciò che qualcuno ha scelto di trattenere. Memoria e non storia. Siamo in laguna, il pavimento veneziano di gemme di pietra è teso sotto ai piedi come la membrana di un tamburo, cede appena sotto i passi ma non si crepa.
LINK
- Memoria. Il lato emotivo dell’oggetto - Ottobre 2, 2026
- Senza guinzaglio. Dalle portatili Olivetti all’AI - Settembre 18, 2026
- Elia ed Emanuel Toffolo. Come si guarda il vetro? - Luglio 3, 2026




